Radhaij

– Centro di ricerche Haugeund, Norvegia. Messaggio registrato alle ore 23:19, i controlli sui centri nervosi del paziente numero 2510 evidenziano una notevole attività cerebrale. Le sinapsi artificiali sono sottoposte ad uno stress preoccupante… –
Modulazione di frequenza di una radio in onde medie. Rumore di fondo della portante. Segnale disturbato. Graffi di metallo. Soffio che diviene sibilo.
– Sono la dottoressa Stavanger… qualcuno mi ascolta? –

23:20
L’essere umano, alla continua ricerca di risposte sul proprio ruolo nell’Universo, arrivò a scoprire la possibilità di decifrare il codice del DNA.
Un gruppo di studiosi norvegesi aveva decrittato il linguaggio presente nei geni e individuato il procedimento per modificarlo. L’evoluzione della sperimentazione portò alla più sconvolgente e insperata conclusione: le cellule non invecchiavano. Non morivano. Alla scoperta fu assegnato il nome tecnico di: codice RDA.
Quando la notizia uscì dai laboratori e dall’ambiente scientifico, finì nelle mani delle multinazionali farmaceutiche e di governanti senza scrupoli.
I media la definirono volgarmente come: la formula per l’immortalità.
L’egoismo dell’essere umano unito alla paura della morte, portò rapidamente il mondo a scatenare una guerra atomica, devastante.
Le esplosioni nucleari, e le radiazioni che ne seguirono sovvertirono l’equilibrio naturale delle cose per decenni.
23:22
Un giorno le piogge cessarono. I mari e i corsi d’acqua si prosciugarono. La terra era diventata un inferno di fuoco. Un deserto di silice. I più deboli morirono. Alcune specie animali sopravvissero modificate geneticamente dalle emissioni radioattive.
Il cielo era costantemente coperto da nubi color ruggine. Cumuli gassosi che liberavano nell’atmosfera rifiuti volatili.
23:33
Una targhetta di acciaio. Arrugginita.
Made in Deutschaland 1916.
Chi si allontanava dalle nuove città, si trovava a fare i conti con un vento caldo, asfissiante, che rendeva l’aria quasi irrespirabile se non attraverso il recupero di vecchie maschere antigas.
La luce del sole penetrava la densa cappa di gas espandendosi come l’alone di una vecchia lanterna a petrolio.
Da queste colline roventi spuntavano i resti della civiltà morta da più di un secolo. Metropoli come Londra, Parigi, New York, erano solo cumuli di macerie. Cancellate da qualsiasi mappa.
Il vento accarezzava il quadrante del Big Ben. Le lancette che si erano staccate ora parevano arbusti di metallo.
Le ossa arrugginite della Torre Eiffel, piegate e stanche, divennero il nuovo rifugio per stormi di corvi e albatros.
La sabbia aveva sostituito la laguna di Venezia. Le guglie della basilica di San Marco fungevano da approdo per i dirigibili civili e mercantili.
Al di sopra questi T-Rex di cemento e ferro, volavano dei galeoni, appesi a palloni aerostatici e spinti da motori a vapore.
Erano usati dalle forze dell’ordine che pattugliavano costantemente il perimetro delle città.
Sulle vele spiccava un’effige: lo stemma del vaticano con una svastica stilizzata. Era il simbolo della Nuova Confederazione. Un governo centrale che raggruppava tutti quei nuovi stati che si stavano formando. Un gruppo di “Illuminati”, composto di ex scienziati, monaci tibetani, ex militari, aveva creato lo Stato Federale. Questi eletti, si riunivano in quello che restava della sala del Consiglio dei Dieci a Palazzo Ducale a Venezia, per legiferare, creando quelle leggi e decreti per evitare un nuovo Caos. Una nuova guerra.
Carovane di nomadi attraversavano lentamente il deserto alla ricerca della comunità che era sorta attorno ai resti del Ponte di Rialto, nella Nuova Venezia.
Palafitte e abitazioni erano raggiungibili solo attraverso un intricatissimo intreccio di ponti sospesi su fiumi di sabbia color ruggine.
Cavi di acciaio. Schermi che proiettavano nell’aria gassosa stralci di vecchi film. Humphrey Bogart e Lauren Bacall in bianco e nero.
Insegne al neon. Pannelli di cristallo.
Nuovi edifici costruiti sulle macerie; un insieme che ricordava i mattoncini Lego incastrati in un puzzle folle.
Tutto il materiale combustibile, come il legno e il cartone, che si era salvato, era bruciato da reattori recuperati dalle vecchie centrali e trasformato in vapore.
Le pompe arrugginite che un tempo estraevano il petrolio, ora servivano per trovare l’acqua nelle viscere della terra. Lunghi becchi di ferro picchiavano la superficie di sabbia emettendo un lamento metallico angosciante.
Il vapore ammantava la città, proteggendola. La Nuova Venezia vista da lontano pareva una caravella sospesa a ridosso delle dune.
Gigantesche ventole giravano ventiquattrore su ventiquattro, producendo l’energia necessaria per la luce nelle strade e nelle case.
Dirigibili militari volavano lenti all’interno della metropoli. Trasferivano orde di detenuti nelle galere norvegesi.
Decenni prima un gruppo di monaci fuggiti dalle regioni sperdute dell’Himalaya si era stabilito nella vecchia Basilica di San Marco che ora era chiamata semplicemente: “Monastero”.
Rialto era diventata il capolinea più importante per chi veniva all’ex Basilica. I binari della ferrovia passavano sotto i resti del ponte, e i treni a vapore scaricavano ogni giorno un carico di pellegrini e merci dirette a San Marco. Fetori di carbone condensato in nuvole gassose.
La Nuova Confederazione aveva creato un corpo di “raccoglitori”. Soldati che s’inoltravano nel deserto per recuperare e scortare le carovane che rischiavano di essere intercettate dai predoni.
I Nubiani, così erano chiamati i guardiani delle ombre, erano un gruppo scelto di mercenari ed ex ufficiali dell’esercito. Questi agenti erano guidati da uestoRadhaij. Lei, era l’unica donna ad essere diventata un monaco guerriero. Arrivata al Monastero da piccola, si era distinta non solo per l’intelligenza, ma anche per le doti fisiche. I lineamenti orientali si esaltavano sulle labbra carnose. Fragole imperlate di rugiada.
Una cascata di capelli neri. Muscoli allenati. I suoi uomini pensavano avessi gli attributi maschili sotto indumenti ingombranti che nascondevano tutta la sua sensualità.
La Nubiana apprendeva velocemente sia la filosofia sia le tecniche di combattimento e lotta. Aveva trovato nella spada giapponese l’arma a lei più adatta, ma sapeva distinguersi anche con le armi da fuoco e nella lotta libera. Radhaij era stata educata dai discendenti dei monaci Shaolin; e come altri confratelli, sapeva dell’esistenza di un pericoloso segreto che si nascondeva tra le mura secolari di questo Monastero-Fortezza.
Nei sobborghi della città, tra la gente nomade, la leggenda aveva preso i contorni più disparati. Si raccontava, per esempio, che chi si sarebbe impadronito di questo “segreto”, avrebbe potuto rubare l’ombra agli esseri umani.
23:23
Radhaij stava cavalcando un cammello, lungo una pista infuocata del deserto. Sul muso gli animali indossavano una protezione di pelle.
Le macchine erano state abbandonate come vecchie carcasse di animali lungo i sentieri. Il petrolio era finito e non esisteva una forma di energia alternativa che sostituisse la benzina. I cammelli erano animali resistenti e questo era uno dei motivi per cui si erano salvati durante il conflitto.  I pochi sopravvissuti erano a disposizione dei guardiani delle ombre.
Il vento trasportava minuscoli granelli di sabbia dorata che si conficcava nella carne come palle di fuoco.
La guerriera indossava un abito color cobalto, e utilizzava una sciarpa lunga circa due metri per avvolgersela attorno al capo lasciando liberi solo gli occhi. Per proteggere la vista indossava un paio di goggles.
Il suo compito era di scortare una particolare colonna di pellegrini che era diretta verso il Monastero a San Marco.
22:59
Una missione difficile, le aveva detto il suo comandante, considerate le personalità eccentriche che lo componevano. La Nubiana aveva stampato nella memoria le parole del suo ufficiale in capo.
“Ti affidiamo un incarico delicato Radhaij!” Il tono di voce dell’ufficiale in alta uniforme era forte e perentoria. Il Monaco-guerriero, aveva ascoltato il discorso rimanendo in piedi. La sala del Consiglio dei Dieci puzzava di muffa e di pesce andato a male. Bandiere con lo stemma del vaticano e una svastica stilizzata, appese alle pareti tra i dipinti di Tiziano. Monitor a cristalli liquidi baluginavano nell’oscurità una luce azzurrognola.
Il volto terreo del comandante pareva uno schermo olografico, dove le parole di un testo scorrevano veloci e imprendibili. Evidentemente stava leggendo da un computer. Qualcuno aveva deciso anche per lui.
“Sono tutte persone che hanno pagato molto bene il trasporto e la sicurezza… persone, che sono… molto amiche del Generale. Credo che tu mi abbia compreso Radhaij!”.
La giovane annuì in silenzio. Non le erano mai piaciute le imposizioni. Tantomeno i favori personali per il Generale.  I Monaci insegnavano il rispetto e l’obbedienza. E lei era un soldato. Il migliore della Confederazione… e obbediva.
23:35
Tra le persone che componevano il gruppo, c’era un ambiguo un mercante. Il tizio teneva sul dorso dei cammelli alcuni cuccioli di una particolare specie.
Erano dei lupi che avevano subito delle mutazioni genetiche a causa delle radiazioni durante il conflitto nucleare. La prima impressione che si aveva trovandosi di fronte a questi animali, era di sconcerto. Questi lupi erano il doppio del normale e in più possedevano uno sguardo di ghiaccio. Le pupille erano completamente bianche. Il mantello ricordava la purezza della neve. Quando respiravano, dalle fauci usciva un vapore simile ai cristalli di ghiaccio che evaporava in spettri evanescenti. Questo era il motivo per cui li chiamavano “draghi”, ma contrastava con l’indole mite e socievole di questi lupi.
Provenivano da una terra lontana e lui si era recato fino alla stazione ferroviaria di Port Said, per comprarli dai contrabbandieri.
Questi animali gli assicuravano una ricchezza incredibile se solo li avesse portarti tutti in salvo fino al mercato di Venezia. Creature leali. Ottimi guardiani. Quando sceglievano di essere fedeli ad un essere umano, lo erano fino alla morte.
Radhaij sapeva che avrebbe liberato i Draghi e ucciso il mercante. Odiava quell’uomo con un occhio solo. Avido e puzzolente. Vestito come un damerino in un abito damascato che nulla aveva a che fare con il luogo in cui si trovavano. Lei, odiava chi maltrattava gli animali.
“Prevedo tempeste inaudite…” Un tizio esordì così osservando il cielo con un cannocchiale in ottone. “…un oceano si solleverà e spazzerà ogni cosa!”. Era un uomo piccolo e tozzo. Un Troll che parlava con voce stridula e ripeteva la stessa litania ogni ora. Se lo fissavi, attentamente, potevi contare una decina di punti di acciaio conficcati ai lati del naso. Pareva uscito dalla sala operatoria di un chirurgo folle e sadico.
Lo strano tipo sui documenti aveva scritto: astronomo.
Completava il gruppo, una donna bellissima. Misteriosa. Si chiamava Noa. Sul passaporto della Confederazione, alla domanda occupazione, aveva risposto: ricercatrice.
Si muoveva scomoda e impacciata con quell’abito di recupero, in perfetto stile vittoriano. I fianchi strettissimi. Un cappello a cilindro con i goggles teneva in ordine una cascata di capelli rossi. In mano stringeva un bastone da passeggio, e una borsa da dottore in cuoio.
Durante il viaggio, i soldati avevano notato Noa consultare un mazzo di Tarocchi nascosta nell’ombra.
Le labbra sempre impegnate a destreggiarsi con il mozzicone di un sigaro, sbuffavano volute di tabacco. Nauseante. Caldo.
Una carta: la morte.
Una seconda carta: l’appeso.
Noa aspirò il fumo. La brace divenne incandescente.
Il più giovane dei Nubiani sgranò gli occhi. La “Morte” bruciava in un rogo di cellulosa e tabacco. Scintille si liberarono nelle tenebre.
“Non va bene…”. Pensò. “Non va assolutamente bene…”.
Gli agenti di scorta alle carovane sapevano che la percentuale di trovare bande di banditi e predoni era molto alta. La tensione durante quel trasferimento era sempre al massimo. La più temibile banda di predoni era stata avvistata nella zona.
Il capo dei banditi si chiamava Ascot. Era un asiatico corpulento, gli oltre cento chili del suo peso contrastavano con i lineamenti angelici. Il volto tradiva la sua anima malvagia. Un mercenario al soldo di mercanti e contrabbandieri. I suoi uomini, raccontavano che era senza scrupoli e voglioso di impadronirsi della formula per l’immortalità. Per questo motivo assaltava ogni carovana si avventurasse nel deserto senza scorta.
Nelle mappe il luogo che stavano attraversando era un punto indecifrabile. Desolato. Gli accumuli di vapore nel cielo parevano navi alla deriva.
Radhaij cavalcava a fianco dei guardiani delle ombre.
Attorno a loro si stagliavano carcasse di aerei e scheletri di navi sospese su mastodontiche travi di cemento armato.
Il sole stava lentamente calando dietro l’orizzonte. La carovana vista dagli strumenti di bordo dei galeoni di sorveglianza, poteva essere scambiata per una macchia scura su una lingua di fuoco.
Uomini e donne mostravano evidenti segni di cedimento. Labbra screpolate. Volto rivestito di polvere di granito. Quell’atmosfera pesante spezzava anche le corporature più forti.
L’oscurità.
Grosse nubi scure avvolsero il cielo. Iniziò a nevicare. Petali di fuliggine. Escrementi friabili bruciati dalle ciminiere delle centrali dell’ovest.
“Prevedo tempeste inaudite…”. Una voce stridula. Allarmata. “Un oceano si solleverà e spazzerà ogni cosa!”.
23:44
Il gruppo si fermò accanto ad una foresta di giganti eolici. Il vento spingeva faticosamente quello che restava delle pale arrugginite. Ululati di ferro corroso dal tempo.
I viaggiatori, possedevano una borsa al cui interno c’erano di viveri. Il viaggio si presentava lungo e faticoso e nutrirsi con quelle temperature era importante quanto bere.
Sostarono protetti dalle dune per rifocillarsi e riposare. Cibo. Buon vino e due chiacchiere.
Il mercante utilizzò alcuni vecchi indumenti per accendere un falò per scaldarsi. L’atmosfera si era rasserenata. Dalle bisacce, estrassero del pane. L’unico cibo consentito perché non marciva nelle sacche. Si passarono la pagnotta, strappandone ciascuno un pezzo. Lo addentarono. Le braci volavano come falene illuminando i volti di questi apostoli del deserto.
L’uomo con un occhio solo sembrava a suo agio nell’insolita veste di padrone di casa tanto che cavò fuori dalla sua borsa una bottiglia di vetro.
Il liquido all’interno brillò alla luce del fuoco.
“Un sorso di assenzio?”. Chiese affabile come lo può essere un lupo affamato.
Radhaij non partecipò al banchetto. Era intenta a liberare i lupi nascosta dalle tenebre. Uno di questi draghi la osservò. Al monaco parve di scorgere una lacrima di riconoscenza negli occhi di ghiaccio dell’animale. Era solo un pensiero. Folle; ma solo un pensiero.
Quando i Draghi te sceglie… xe per tuta la vita – Quando i draghi ti scelgono… lo fanno per tutta la vita!”. Erano le parole di una filastrocca che cantavano i bambini a Rialto. Nella Nuova Venezia.
Un turbine di sabbia e vento caldo, la strappò dai pensieri. I lupi si allontanarono nell’oscurità.
Il mercante, nello stesso istante versava un liquore di colore verde in calici di terracotta. L’assenzio iniziò la sua fuga verso i centri nervosi della mente. Nessuno rifiutò la bevanda ristoratrice. Tutti si scaldarono le viscere con il suo tepore.
“Dell’altro assenzio?”.
“Posso averne una seconda tazza?” Radhaij era arrivata alle spalle di tutti. Spinse il calice verso la bocca della bottiglia. Il liquido gorgogliava mentre i loro occhi si sfidavano. Lei temeva che l’avesse scoperta.
23:47
Usando la borsa come tavolino, la cartomante dispose sulla sabbia un gruppo di carte a formare una piramide. Le dita ingiallite per colpa del tabacco, e ricoperte di pessime imitazioni di bigiotteria, parevano la vetrina di un vecchio banco dei pegni.
Una carta: l’appeso.
Il disegno sulla carta era sbiadito. A contatto con la brace del tabacco s’incendiò.
L’astronomo deglutì a fatica. Lui era superstizioso.
“Non è una buona cosa…” . Pensò.
Il tempo parve dilatarsi. Perdere ogni appiglio con la realtà.
All’improvviso alcuni uccelli neri sbucarono rigurgitati dalle tenebre.
Ali gigantesche circondarono la carovana.
Dalle labbra della misteriosa donna, uscivano parole in una lingua sconosciuta.
Radhaij percepì che stava per accadere qualcosa di terribile. Un pericolo stava per sconvolgere la sua vita e quella dei suoi guerrieri.
I suoi occhi s’incontrarono con quelli di Axtel. Lui era il più forte; il più determinato dei suoi guardiani. Lui, era quello che le aveva spezzato il cuore ma non lo sapeva. Lei gli aveva taciuto i suoi sentimenti.
Il vento fece giungere altre nuvole. Nere. Inquietanti.
Folgori lontane laceravano il cielo. Gli uccelli volavano impazziti attorno alla carovana. I versi avevano qualcosa di sovrannaturale. Improvvisamente i volatili si posarono sulla sabbia circondando la fila di cammelli.
Una pioggia fitta si abbatté sulla terra. Gocce pesanti picchiavano violente sulla sabbia e alzavano piccoli anelli di polvere.
Axtel abbaiò qualcosa che si perse nel frastuono del temporale. Radhaij si girò istintivamente. Turbini di vento. Un miraggio evanescente di pioggia e polvere.
Gli uccelli ripresero a volare in cerchi concentrici sempre più rapidi. Un turbine di ali nere.
Un esercito di banditi con visori notturni a infrarossi sbucò dal sottosuolo come ratti.
Uomini addestrati; spietati. I numerosi vortici che si formavano nel deserto erano perfetti alleati per nascondersi ai lati delle piste. Le carovane ignare venivano aggredite. Depredate. I viaggiatori: uccisi.
“Tuareg!”. Urlò uno degli scout dei Nubiani.
Le scimitarre al posto degli artigli. Maschere con un becco bianco e lunghissimo a protezione del volto. Simili ai medici delle peste del medioevo. Soldati del male in un carnevale di sangue.
Un fragore. La notte ebbe un sussulto. Un lampo violento. Un paesaggio irreale, dipinto da linee fluorescenti.
Una lama luccicò – sibilando – sopra la testa di Axtel.
Radhaij imprecò lanciandosi verso l’uomo.I loro occhi. Pugnali conficcati dentro il cervello. Lei riconobbe nell’uomo che aveva di fronte Ascot; l’angelo della morte.
Bello e spietato come un demone. Brandiva la sua arma con leggerezza e maestria. Non sarebbe stato facile batterlo. Cercare la sorpresa… era l’unica soluzione possibile… pensò.
La Nubiana balzò in avanti. Dalla katana partivano dei bagliori intensi. Una danza di luce sincopata che distorceva i lineamenti del mercenario.
La lama si schiantò sulla sua gola. Istintivamente l’uomo si portò le mani sul collo.
Il becco volò lontano.
La maschera rotolò ai piedi del cavaliere ormai esanime. Rigurgiti di sangue.
L’angelo della morte smise di volare.
Quello però fu solo l’inizio.
Le spade cominciarono a scintillare nell’oscurità.
Radhaij abbassò una lente blu. Regolò il meccanismo di ottone di tre gradi per avere una maggiore visione. Il mondo all’esterno mutò.
Si ricordò di quand’era bambina e giocava con i tizzoni ardenti disegnando nel buio i demoni dai quali voleva fuggire.
La notte era popolata di sagome verdi. Impalpabili.
Arti furono strappati dalle carni. Macchie di sangue insudiciarono la sabbia.
Come in un teatro delle ombre i soldati della Confederazione e i Tuareg combattevano ferocemente.
Un tuono devastò la radura sabbiosa. Un gong che mise fine alla lotta.
“Prevedo tempeste inaudite…” La voce stridula dell’astronomo pareva ancora più sottile. Un filo di nylon teso strappato maldestramente da uno strumento musicale. “Un oceano si solleverà e spazzerà ogni cosa!”.
Un vento arrivò da ovest portando con sé una tormenta.
Trombe d’aria e sabbia scesero sul campo di battaglia.
I Tuareg furono risucchiati dalle tenebre. I corvi gracchiarono.
Il ghibli assalì la carovana.
Una preghiera a Dei invisibili recitata in una lingua dimenticata s’innalzava sopra la bufera.
Quando il vento cessò, l’altura era sgombra. Il silenzio irreale s’impossessò delle colline. Dopo pochi minuti, un clangore giunse dalle dune più alte. Un gruppo di iene sbucò all’improvviso. Gli animali giunti a pochi metri dai militari, spiccarono un balzo. Le zanne brillarono mentre un lampo divideva il cielo.
Dalla carovana un fragore improvviso si levò assordante. I draghi sbucarono dal nulla. Un’ombra gigantesca. Una mano con artigli pronta a sgozzare la preda. Lupi e iene si affrontarono in un duello di sangue e morte.
La Nubiana capì che l’origine di tutti i loro mali era quella donna. Quando la guardavi fissandola nelle orbite potevi vedere spettri muoversi come farfalle all’interno di una teca.
Salì velocemente verso la cima della duna. Era la più alta di tutte.
23:51
Noa la veggente, stava recitando una cantilena rimanendo inginocchiata al centro di un pentagono disegnato sulla sabbia.
Si girò.
Radhaij trasalì.
Le due donne erano una, di fronte all’altra. Il ghibli iniziò a spazzare l’orizzonte lontano dove le nuvole si erano rifugiate. La pioggia scese ancora. Sottile. Aghi conficcati nella carne.
Noa agitò il suo bastone. Lo brandì come fosse una spada. Il Monaco guerriero estrasse la katana dalla “Saya” che portava dietro la schiena e la impugnò.
“Perché non mi trasformi in un corvo?” Urlò con tutta la rabbia e il disprezzo che aveva in corpo.
La misteriosa fattucchiera sferrò il primo attacco. La lama temperata della spada s’incrociò con il bastone.
Stoc!
Poi sorrise. Un rapace pronto a colpire.
“Non hai ancora trovato la risposta Radhaij?” La sua voce le penetrò la mente. Come uno stiletto infuocato nella zona della memoria.  “Hai sempre… quel dolore alla fronte?” .
Stoc!
La Guardiana delle ombre si tirò indietro per prepararsi ad un nuovo attacco. La katana tesa sopra la testa. Una mossa che aveva imparato in anni di addestramento. Un frammento di memoria si aprì la strada nelle sinapsi. Si ricordò degli allenamenti al Monastero. Lei giovanissima che teneva la spada tra le mani e combatteva contro tutti i maschi della scuola con una determinazione fuori dal comune.
Il gracchiare di un corvo la riportò con la mente al campo di battaglia. L’arma giapponese posizionata protezione del volto. Il vento strappava lembi di tessuto dal suo turbante, rivelando un tatuaggio sulla fronte che la stoffa non proteggeva più.
Radhaij partì. Un balzo. Il corpo si librò nell’aria di qualche metro. Una libellula sospesa nel vuoto.
La cartomante piroettò sulla destra della sua avversaria portandosi in una posizione di difesa.
Stoc!
La giovane ricadde pesantemente sulla sabbia alzando una voluta di polvere che la avvolse.
I ricordi tornarono a farsi presenti. Non voluti. Devastanti.
Adolescente, mentre nel “dojo” stava meditando. Sentiva un sussurro, una voce lontana parlarle… sfiorargli gli angoli inaccessibili della mente. Graffi nella corteccia cerebrale. Gli occhi rimanevano chiusi.
23:56
Il tatuaggio a forma di circuito radiale espelleva stille di emocromo. Un impianto artificiale inserito al di sotto della cute sulla sua fronte. Un dolore lancinante le fece riaprire gli occhi.
“Porterai questa ferita come un onore…” La stessa voce. “…solo i veri guerrieri portano questo segno sulla fronte… solo i più valorosi…!”
La testa le doleva.
Noa si parò dinanzi a lei. Un’ombra gigantesca le avvolse.
“Cominci a ricordare?”La Donnascandì lentamente le parole perché arrivassero chiare a Radhaij.”… porterai questa ferita con onore…”.
Il Ghibli tornò. Come i ricordi.
Aveva vent’anni allora.  La fronte imperlata di gocce di sangue. Davanti a lei una donna con gli occhi trasparenti e magnetici come quelli di un’aquila.
Ricordò, e il dolore la investì nuovamente.  Si strappò di dosso gli speciali occhiali che indossava. I goggles finirono a terra, esplodendo in centinaia di schegge di vetro.
“Ora… ricordi?”
Osservò il proprio sguardo riflesso nei frammenti delle lenti colorate. Iridi trasparenti. Occhi dove albatros volavano come libellule chiuse in ampolle di vetro.
Radhaij lanciò un urlo.
La tempesta ricominciò.
“Sei tu il segreto da proteggere. Nel tuo RDA c’è la chiave che ha permesso di arrivare al linguaggio genetico assoluto!”.
Sclomp!
Un suono ovattato irruppe tra un respiro e una parola.
Silenzio.
Poi, ancora un galoppo. Pesante; ma ancora lontano.
“Quando rimasi incinta, m’impiantarono il genoma chiamato RadhaijTu porti il suo nome. Tu… Sei il codice perfetto!”.
Sclomp! Sclomp! Sclomp!
Di nuovo quel frastuono. Molto più vicino. Distinto. Selvaggio.
Tu ed io possiamo capovolgere tutto e diventare le padrone… dell’universo intero… noi…”.
La sua voce si era spezzata in un gorgoglio di sangue e vomito di bile.
Un drago si era lanciato verso la donna e l’aveva azzannata al collo.
La pioggia si colorò di vermiglio.
Gli occhi divennero opali.
La sagoma scivolava lentamente lungo la duna sparendo inghiottita dalla sabbia.
Dietro di lei c’era Axtel. Il corpo ferito. Il sangue che macchiava il suo abito di lino bianco.
“Radhaij…”Un filo di voce. Poi cadde, esausto.
La donna corse verso l’uomo. Lo strinse a se. L’oscurità li accolse in un abbraccio caldo e sensuale…
Chi si avventurava nel deserto sapeva di incorrere in continui miraggi che potevano minare l’equilibrio mentale. Oppure venire risucchiati nel vortice di incubi reali, quanto devastanti.
Il calore destò i corpi in un risveglio faticoso. Le membra parevano incollate agli indumenti. La salivazione riportava in gola i miasmi dell’alcol. L’assenzio aveva tramutato i fantasmi in guerrieri e le paure in sangue e morte.
Colpa del caldo. Della fame. Colpa del cibo. Dell’alcol…
Un incubo. Pensò la Nubiana.
23:59
Una lacrima scivolò sul suo volto della giovane Guardiana delle ombre, prima di tornare a ricoprire i suoi occhi con quegli occhiali dalle lenti particolari.
Da una collina sabbiosa la voce roca di una donna giungeva come alito pesante.
La carta di un tarocco raffigurante la Morte stava bruciando sulla sabbia.
La pioggia divenne tempesta.
Radhaij si toccò la fronte. Sanguinava.
Le ombre divennero lacrime mentre uno stormo di ali s’impossessò delle tenebre.

23:59
Scarica. Segnale di una portante radio. Fischio modulare. Sincopato.
– Sono la dottoressa Noa Stavanger del centro di ricerche norvegese di Haugeund.  Spero che qualcuno possa ascoltare questo messaggio…- Sottofondo di radiofrequenza, gracchiante.
– L’esperimento sul genoma RDA denominato Radhaij ha evidenziato un grave problema di rigetto dell’impianto frontale delle sinapsi artificiali. La crisi si è registrata alle 23:20. I tracciati hanno segnalato una serie di cortocircuiti cerebrali con successive convulsioni. – Silenzio. Respiro affannoso. Portante in modulazione. – Iniettati 10 cc di hypocrodine… la paziente ora è stabile… il monitoraggio delle cellule denota un rapido invecchiamento dei globuli rossi… – Modulazione di frequenza. Voce alterata. – La batteria della radio si sta scaricando… non so quanto potrò ancora cercare di comunicare con qualcuno… spero che questo messaggio possa essere ascoltato… Sono la dottoressa Noa Stavanger… qui si sono sentite delle forti esplosioni… l’impianto di sicurezza è scattato… siamo praticamente chiusi dentro da giorni… mi sentite? –
Rumore instabile. Fruscio che lentamente svanisce in un silenzio angosciante.
00:00
– … Mi sentite? –

Lacrime di pioggia…

Quadro UNO:

Avevo ancora un po’ di tempo…
L’aria calda frustava la pelle scardinando il sudore dalla profondità della carne per farlo esplodere in mille torrenti.
Il sole era un disco incandescente al centro di una copertina trasparente che sfumava nell’azzurro chiaro.
Le palme da cocco si piegavano verso il mare, in un inchino ossequioso.
Le foglie accarezzavano la spuma delle onde. Lo sciacquio lento ipnotizzava i gabbiani che si facevano cullare dal mare caldo.
Quel lato dell’oceano Pacifico era di una bellezza incantevole. La trasparenza liquida pareva sfuggita alla tavolozza di un pittore. Sfumature che digradavano dallo smeraldo al blu cobalto, e finivano per precipitare oltre l’orizzonte.
Correvo con il mio fuoristrada lungo il percorso che mi portava all’aeroporto. Una striscia di terra battuta che tagliava in due un palmeto, e passava così vicino al mare da sentirne la fragranza. Le foglie erano di un verde splendente come se durante la notte, una squadra di gnomi avesse utilizzato la rugiada per lustrarle e renderle così lussureggianti.
Controllai l’indicatore del carburante della mia jeep, e con la coda dell’occhio, feci un passaggio sull’orologio digitale.
Avevo ancora un po’ di tempo prima che il volo da Papeete sarebbe atterrato nel piccolo aeroporto dell’isola.
Chiamarlo aeroporto era un eufemismo; il governatore dell’isola, infatti, per attirare il turismo, aveva fatto costruire una pista che tagliava l’isola da parte a parte, come una cicatrice profonda. Aveva poi, utilizzando un vecchio container per creare quella che definiva: la torre di controllo, l’ufficio, il controllo della dogana…
I voli che arrivavano con cadenza settimanale dalla capitale, finivano scritti su una vecchia lavagna scolastica, con il gesso bianco. Una vecchia e gracchiante radiotrasmittente dimenticata dall’esercito americano durante la seconda guerra, era l’unico modo per tenere i contatti con gli aerei. Un uomo seduto su una sdraio con un paio di cannocchiali scrutava l’orizzonte. Al comparire di un puntino nero nel blu del cielo metteva in allerta tutto l’aeroporto.
Alzai il piede dall’acceleratore, il motore perse potenza; respirai l’aria calda che entrava dal finestrino, mentre mi gustavo il paesaggio. Improvvisamente, da una via laterale che sbucava dalla foresta uscì un’auto. Una lama di sole si specchiò sulla lamiera argento.
Una luce abbagliante penetrò dal lunotto.

Quadro DUE:

Un lampo: accecante rischiarò la città. Il cielo era un ammasso di catrame puzzolente e gonfio d’acqua.
Grumi di nuvole si univano in amplessi devastanti da cui scaturivano folgori che colpivano l’orizzonte con un’intensità tale da rischiarare Parigi con una luce diafana e gelida.
Le mani di una splendida donna, parevano incollate alla lastra della finestra; le braccia e le gambe divaricate. L’acquazzone sbatteva contro i vetri e si specchiava sulla pelle candida del corpo. Rivoli di pioggia si confondevano con la rugiada che imperlava la sua pelle. Le caviglie erano tenute larghe da un’asta d’acciaio allacciata alle cavigliere, mentre i polsi erano fissati a resistenti catene lucide che pendevano da ganci fissati al soffitto.
Un tuono assordante violò la sacralità di quel luogo. L’oscurità era rischiarata da alcune candele infilate in un candelabro in ghisa, simile a quelli usati nelle sinagoghe.
Una sciarpa di seta nera, impediva alla donna di vedere ciò che accadeva attorno a lei.
Un colpo di frusta, inaspettato, oltraggiò la sua carne. La schiena tremò. Un livido impresse nella pelle il marchio del piacere… del dolore…
Il gemito si confuse con lo scroscio della tempesta che sbatteva contro le grondaie e rilasciava quel un ritmo sincopato che penetrava nelle tempie come mille aghi.
Un lampo…

Quadro TRE:

La luce era così forte che mi costrinse a chiudere gli occhi, quando affrontai il nuovo giorno uscendo allo scoperto. Avevo riposato all’interno della capanna di quei pescatori, dopo che per tutta la notte avevamo cercato di recuperare invano, alcuni dobloni d’oro che sospettavamo essere sul fondo dell’oceano.
L’odore vivace del pesce cucinato sulle braci mi assalì ribaltando lo stomaco impreparato ad una simile colazione.
Le imbarcazioni riposavano pigre; adagiate sulla battigia.
Il sole cercava lo zenit. Una decina di gabbiani volava sfidando il vento in una danza spasmodica. Le loro urla si perdevano nell’aria.
La sabbia fine e bianca s’infilava tra le dita dei piedi e il tepore che mi procurava mi dava la stessa sensazione di un massaggio terapeutico.
Due donne mi sfilarono accanto, in mano, tenevano del mango fresco. I loro parei annodati ai fianchi apparivano un insieme di colori sgargianti, su un’ipotesi di pittura primitiva.
Il villaggio che si affacciava sull’oceano aveva rubato i colori e le atmosfere ad un dipinto di Gauguin.
Le loro risate erano la cosa più gradevole del risveglio assieme al caffè che mi ero portato dall’Europa.
Spostai una foglia di palma per entrare in quella zona d’ombra dove a preparato il pranzo. Il sole mi stampò un calore sugli occhi che mi costrinse a chiuderli per non accecarmi.

Quadro QUATTRO:

Un lampo impressionò l’iride dell’uomo, e per un istante il corpo della donna divenne il negativo di una foto nella camera oscura dell’occhio.
Lui aveva aperto la finestra per fare in modo che la pioggia e il vento provocassero quell’escursione termica tra il calore del corpo e il freddo dell’esterno.
I suoi capezzoli erano piccoli e turgidi. Due ciliegie mature pronte per essere colte.
La sua frusta intanto non aveva pietà della schiena. Si scagliava con violenza alternando le serie di colpi… rallentando e accelerando vorticosamente… a volte obbligava la sua schiava a contare le frustate ad alta voce.
Cambiò corredo, passando da un “gatto a nove code” ad una frusta australiana. L’effetto era per la donna: lancinante. Il dolore attraversava tutto il suo corpo giungendo al cervello che lo tramutava in brividi di piacere.
Una saetta squarciò l’orizzonte evidenziando le guglie mefistofeliche di Notre Dame.

Quadro CINQUE:

I Gargoyle di Notre Dame.
Osservare quella cartolina appesa accanto alla lavagna dove era scritto il numero del volo e la provenienza sortivano un effetto dèjà vu. Mi commuovevo sempre, perché quella città mi aveva permesso di realizzare il mio più grande sogno: diventare un cacciatore di tesori. Soprattutto però, mi aveva portato l’amore per una donna. Con il passare del tempo, era diventata un numero scritto in gessetto bianco, alla lavagna. Ogni anno, l’8 maggio scendevo in città, sperando di vederla scendere dall’aereo che arrivava da Papeete.
Avevo ancora un po’ di tempo…
Mille pensieri partivano con destinazione Parigi.

Quadro SEI:

L’uomo aveva slegato la sua schiava e l’aveva portata al centro della stanza. Una sedia in metallo argentato sembrava il palcoscenico per un’esibizione di cabaret, o per lo strip di una ballerina.
Poco dopo, condusse la sua slave sul palcoscenico.
Lei, teneva il capo rivolto al pavimento. Lui la sorreggeva con un guinzaglio.
La piegò con forza, obbligandola a sedersi in modo scomposto. Con la frusta le divaricò le gambe. Le bloccò una mano dietro la schiena, agganciandola sulla sbarra d’acciaio con una manetta. Poi, fu la volta delle caviglie alle zampe della sedia.
Il suo cuore accelerò il battito. La schiena le doleva; era pervasa da un misto di dolore e piacere che l’aveva portata quasi all’orgasmo.
La bendò nuovamente.
La sua voce perentoriamente, la obbligò a masturbarsi con la mano libera, davanti a lui. Le dita si muovevano lente nelle viscere, solleticando il clitoride.
Lui la guardava.
Cercava di decifrare le smorfie, la pelle contorcersi.
Sosteneva che i volti erano come carte geografiche… come mappe del tesoro. Vi puoi leggere i confini dei territori, la composizione delle foreste e dei fiumi. Avere delle indicazioni precise su ciò che troverai in profondità.
I visi riflettono la realtà interiore della gente…
Improvvisamente tirò la catena che teneva in mano e che finiva attaccata alla polsiera di pelle. Lei smise di masturbarsi.
Teneva il braccio teso in avanti. Lui delicatamente le girò il palmo verso l’alto.
Attimi di panico. Silenzio. Attesa estenuante. Poi, con una bacchetta in midollino le colpì la mano.
Un secondo colpo. Lei trasalì.
Un dolore devastante la fece sbandare, quasi cadere dalla sedia. Sentiva quella sofferenza trasformarsi in piacere ed espandersi in ogni cellula.
Strizzò gli occhi e mille luci si affacciarono nell’oscurità.

Quadro SETTE:

Mille fuochi d’artificio scoppiarono nella mente, e tutto cominciava a girare esageratamente, come se mi trovassi prigioniero di una giostra impazzita.
Aprii gli occhi e vidi i gabbiani volteggiare dentro il sole… le loro ali incendiarsi e poi scagliare saette verso la terra, il cielo si oscurò…

Quadro OTTO:

La sua pelle sembrava attraversata da un fiume scarlatto. I lividi, lentamente, prendevano il colore delle prugne mature.
I suoi occhi trasparenti catturavano stille di luce, trasformandosi in un cielo di stelle cadenti… le labbra schiuse in un gemito sussurrato.

… Capii in quel momento il “suo mondo”… e l’amai silenziosamente…

Controllai l’orologio della mia Jeep… avevo smarrito il mio tempo…

Dirty Snow

2112
Il tempo, come lo conoscevano gli antichi, era solo un timido ricordo.
Tutto era mutato.
Trasformazione genetica di un mondo che aveva vomitato se stesso.
Il clima aveva subito il cambiamento più rilevante. Le esplosioni delle centrali nucleari avevano spostato l’asse terrestre. Il sole compariva raramente e solo per poche ore durante le ventiquattrore. Nuvole colme di pioggia si sovrapponevano condensando sulla terra ettolitri di pioggia. Durante le ventiquattrore il clima mutava rapidamente e si passava da rovesci temporaleschi a nevicate di cenere.
L’uomo aveva contribuito a tutto questo con la brama di potere sulla natura, distruggendo un equilibrio perfetto.
Uno sciame di meteoriti aveva soggiornato per anni sopra l’atmosfera con il risultato di mandare letteralmente in corto circuito ogni trasmissione con i satelliti e bloccando ogni apparecchio elettronico.
Fu il caos.
Terremoti finanziari. Naturali. Tsunami. Guerre.
Dopo un secolo, le cose erano mutate.
I sopravvissuti, avevano creato nuove società cercando di non commettere gli errori della precedente. Confederazioni basate su una tecnologia a “vapore”.
Utilizzando l’enorme quantità di acqua piovana, attraverso la riconversione di vecchie fabbriche e installazioni dismesse, l’uomo aveva usato scorie e rifiuti ereditati dai predecessori, riconvertendoli in energia pulita.
Bruciando quello che restava del passato, si forniva forza motrice alla città convogliandola attraverso una rete sotterranea usufruendo delle vecchie linee della metropolitana.
Parecchi chilometri di là dalla periferia, in zone desertiche e difficilmente accessibili, si trovavano insediamenti industriali in rovina. T-Rex, carcasse di cemento armato e acciaio erano stati riadattati a centrale di vapore.
Ciminiere sbuffavano fumo nero nel cielo di piombo. Altre, bruciavano il gas prodotto in esubero infiammando l’oscurità come tanti fiammiferi accesi. 
Dalle canne fumarie di questi generatori, a intervalli regolari, uscivano nuvole dalle scorie volatili. Il vento la trasportava sopra la città e la faceva cadere lentamente. Simile a tanti petali di fiore si depositava ovunque.
L’acqua piovana poi ripuliva sempre tutto.
Sfruttando il vapore si facevano andare i treni. Nel cielo volavano dirigibili di nuova generazione e vecchia concezione anche questi utilizzavano il vapore come fonte energetica.
Il tempo scriveva pagine nuove di un’epoca da ricostruire; purtroppo dopo la scomparsa degli ultimi sopravvissuti al cataclisma, la nuova generazione sembrava aver smarrito tutte le buone intenzioni iniziali e la corruzione e il vizio si erano nuovamente affacciati nell’animo umano.

London, october 2112.
Una voce suadente. Penetrante.
Uno studio raffinato immerso nella penombra. Una lampada Tiffany, elegante rischiarava una parte della libreria e della scrivania. Tutto il resto era immerso nell’oscurità
Un’ombra dietro la scrivania.
La sagoma di corpo steso sul divano avvolta dal buio.
“Adesso si lasci andare. Ascolti solo il tono della mia voce.”.
Rumore metallico.
Il tasto ingiallito premuto sul REC di un Grundig TK14 a bobine, fece partire il nastro per la registrazione della conversazione.
“Lei si chiama Massimiliano Duprè. Esatto?”.
“Si esatto!” Rispose una voce roca, impastata, come se ritornasse al mondo reale, dopo una brutta sbronza.
“Lei…” Il tono di voce era caldo. Intimo. “… di professione fa l’Archivista per conto del Nuovo Ordine Vaticano. Giusto?”.
“Preferisco essere chiamato “Cacciatore di Reliquie”, se non le spiace. Mi pagano per recuperare oggetti sacri e preziosi. A volte documenti storici, altri libri ritenuti di valore spirituale importantissimo, altre, cimeli sottratti dalla Biblioteca Vaticana durante i saccheggi. Dopo la distruzione del Vaticano, i ribelli si erano uniti alla delinquenza comune per depredare non solo oggetti d’oro e diamanti di estremo economico, ma anche altri…”.
Clic.
Una seconda lampada costruì un cono di luce nell’oscurità.
“Parliamo di lei, Duprè”. Tono inquisitorio. “Ultimamente l’Inquisizione si è molto lamentata per la sua condotta. Non certo irreprensibile. Sul suo curriculum ci sono varie macchie. Uso di droghe. Sempre sul rapporto dei servizi del N.O.V. si scrive che lei trascorre molte ore davanti a una consolle per i videogiochi online”. Assenzio. Essenza persistente. Pericolosa. “Questo particolare è interessante: nel fascicolo denunciano un suo coinvolgimento con le milizie africane. Sembra che lei abbia agevolato l’espatrio di alcuni prigionieri dietro ricompensa.”.
“Non ci fu nessuna ricompensa!”. La interruppe Duprè. Il tono era sarcastico. Sprezzante.
“Per questo vorrebbero un suo pensionamento anticipato? Lei era il migliore Duprè. Che cosa è successo veramente?”.
“A volte lo schifo ti fa vedere la realtà diversa da come te l’hanno dipinta fino a qual momento!”.
L’ombra dietro la scrivania si mosse impercettibilmente inondando la stanza di Assenzio.
“Mi parli di questi: altri…”
“Erano i più Preziosi, dei quali spesso s’ignorava l’esistenza o si credeva fossero solo leggende metropolitane.”.
Fruscio di tessuto. Duprè ipotizzò che “la voce” si stesse sistemando la gonna.
“Adesso… dobbiamo capire…”. Il tono era ancora più caldo. Sensuale.
L’ombra era dietro di lui. Vide il luccichio del vetro di una vecchia siringa brillare e il riflesso nella lampada di ottone. Sulla superficie lucida si specchiò un grosso ago du acciaio chirurgico. Massimiliano Duprè intuì subito di cosa si trattava.
Il Tribunale dell’Inquisizione aveva redatto un “Codice di Comportamento” che regolava l’ordine, e obbligava che a ogni essere umano alla nascita fosse impiantato all’interno dell’occhio un neurotrasmettitore sinaptico. L’innesto avveniva tra sclera e coroide. Per attingere a tutte le informazioni registrate in questa parte della mente, bastava iniettare un liquido catalizzatore che generava una serie di scariche nelle sinapsi, sufficiente per produrre recuperare tutte quelle emozioni e immagini fissate nella corteccia della subcoscienza.
Infilando un ago all’interno della cavità lacrimale s’iniettava questa soluzione amniotica che aveva come primo sintomo il mutamento di colore dell’iride. Poi una serie di corti circuiti portava a galla ricordi ed emozioni dimenticati.
Ci sono cinque stadi di sub memoria alla quale si può accedere. Un percorso spesso doloroso e non privo d’incognite che si possono verificare al risveglio del paziente sottoposto a ipnosi.
L’Archivista chiuse gli occhi.
Percepiva distintamente la punta di acciaio chirurgico infilarsi dentro la corteccia cerebrale e il liquido fluire lentamente nell’impianto.
Il percorso s’illuminò di una luce diafana color cobalto.
 “Svuoti la mente e dopo il mio tre, voglio che mi racconti tutto. Dall’inizio… Uno… Due… Tre…”.

…Caricamento in corso…
Livello Subconscio UNO…

City Hall, London.
Centinaia di lanterne cinesi, volavano sospinte da vortici particolari. Falene con le ali infiammate. Le loro ombre cupe si specchiavano sulla terrazza dell’edificio che un tempo fu la sede dell’amministrazione cittadina. Situato sulla riva del Tamigi, si stagliava dinanzi alla Tower Bridge, con la sua facciata inclinata di vetro e contrassegnata dai coni di luce down light, un tempo fu un punto di riferimento e orgoglio per i londinesi.
Sulla facciata della Torre campeggiavano schermi led e insegne pubblicitarie al neon.
Le strade erano affollate a ogni ora del giorno e della notte. I risciò sfrecciavano con il loro carico di passeggeri. Una popolazione di tuareg, inforcavano questi particolari mezzi a tre ruote e faceva servizio taxi.
Un gruppo di monaci buddisti pregava all’angolo di Camden Town. Macchie arancio su sfondo grigio cenere.
Ambulanti chiassosi. Incantatori suonavano la loro litania facendo danzare i loro serpenti.
Vecchi negozi della catena Virgin di cui restavano solo le insegne al neon, erano stati trasformati in fumerie d’oppio.
Prostitute ammiccanti dai balconi degli edifici decadenti costruiti in epoca vittoriana ammiccavano sguaiate.
Carrelli con fornelli e frigoriferi erano sempre affollati da clienti dallo stomaco forte. Mami nippo-africane preparavano sushi di pesce palla.
Nastri kaiten trasportavano piccole porzioni di fugu verso golosi clienti.
Questo strano Circus Barnum era controllato da agenti di sicurezza del N.O.V..
Marciavano tra la folla sempre in gruppi di quattro. Le loro divise erano in kevlar e gli elmetti ricordavano quelli usati dai soldati nazisti durante la seconda guerra.
Sulla fronte il simbolo del Nuovo Ordine Vaticano. Una svastica fata di chiavi papali.
Portavano sugli occhi un visore a infrarossi gestito da ingranaggi di ottone e vecchie valvole per apparecchi radio.
Le uniche armi ammesse erano delle balestre anch’esse attivate da ingranaggi simili a quelli di antichi orologi. Usavano dardi anestetizzanti per bloccare le possibili vittime prima di arrestarle e condurle davanti al Tribunale dell’Inquisizione. Questa istituzione che nel medioevo aveva creato molti problemi alla Chiesa Cattolica, con l’insediamento Nuovo Ordine Vaticano, aveva ripreso la sua opera di soppressione e minaccia nei confronti di persone e idee diverse da quelle dettate nel Codice.

Le raffiche non smettevano di frustare la seta e creava un effetto che ricordava le onde del mare in tempesta. Un mare dal colore viola.
Cielo di quarzo.
Al centro della terrazza, Duprè cercava di riprendere il controllo del proprio corpo. Stretto in un angolo, inseguiva la concentrazione necessaria per riportare il respiro alla normalità. Provò a trattenere il fiato; ciò gli permise di ascoltare il ritmo cardiaco.
“Tum-Tum… Tum-Tum… Tum-Tum…”.
Dentro il Tailcoat vittoriano gli parve di sentire un fiume scorrere a contatto con la pelle madida. Lava incandescente. Adrenalina. La paura si affacciava; perfida. Ospite indesiderata.
Vide il proprio cappello a cilindro sul pavimento, rotolare lentamente fino agli stivali di una misteriosa donna davanti a lui.
Istintivamente strinse il pomello del suo bastone. Con le dita ritrovò il bassorilievo in argento con l’effige del N.O.V..
Non era quello spettacolo delirante a metterlo in allarme: ma la lama di acciaio che la donna estrasse dal suo bastone da passeggio. 
Un lampo devastò l’orizzonte.
Improvvisamente ricordò il nome di quella lady. La targhetta dorata sulla porta di un negozio nel centro di Piccadilly Circus.
“Casa d’aste Miyako”
Gli “Archivisti” si rivolgevano proprio a queste sedicenti case d’asta, per recuperare preziosi bottini. In realtà queste sedicenti agenzie nascondevano merce rubata e proveniente da ogni parte del mondo. Vecchio e nuovo. Miyako era la più abile ricettatrice della city.
Affilata, sottile e pericolosa, gelida. Così riportavano le note del dossier che aveva letto sulla ricettatrice. 
Sguardo simile a un Iceberg.
Lui si tuffò all’interno di quel mare di ghiaccio cercando di sciogliere i dubbi e capire in anticipo le mosse del suo nemico.

…Caricamento in corso…
…Livello Subconscio DUE…

Il cacciatore di reliquie affrontò un altro squarcio temporale. Chiuse gli occhi. Rallentò la respirazione. Il sudore cessò di imperlare la sua fronte. Esplosione di fuochi all’interno dell’iride.
Gli parve di precipitare in un tunnel stretto e viscido, con la velocità che aumentava a ogni curva… a ogni discesa.
Luna Park dell’orrore. 

2075. Normandia, costa orientale.
Rammentò gli insegnamenti del frate domenicano che si prese cura di lui, dopo la sua fuga dall’orfanotrofio di Parigi. Nella campagna a ridosso della Normandia, in un vecchio monastero dove vivevano solo tredici frati, quell’uomo lo istruì alla meditazione. Alla preghiera, nella speranza che un giorno potesse prendere i voti e divenire anch’egli un Frate Predicatore.
Immagini nitide si fecero strada nella sua memoria. La cella dove viveva illuminata debolmente da una candela. L’odore di muffa e stantio.
I libri accatastati sul pavimento.
Il crocefisso appeso alla parete accanto a una svastica formata da quattro chiavi del Papa.
Il saio e il cilicio sistemati con cura sopra una cassapanca di legno. Una fitta lancinante alla schiena gli rievocò le punizioni che si autoinfliggeva frustandosi la schiena con il cilicio. La carne lacerata. Le preghiere.
Si rivide inginocchiato durante la messa del Vespro cantata in Gregoriano.
Trascorreva molte ore nel chiostro medievale conversando con l’abate. Aveva a disposizione un’infinità di libri. Erano tutti quelli che i vari Archivisti avevano recuperato dopo la distruzione della Biblioteca Vaticana.
Una luce accecante, invadente, spalancò a forza le sue pupille.

Una folgore, oltre la ruota panoramica sul Tamigi.
Il cielo era spazzato continuamente dal vento e le nuvole simili a goffi panni sporchi di catrame si aggrovigliavano tra loro.
Due dirigibili sorvolavano il cielo sopra la città sfiorando il Big Ben e gli edifici più alti.
Con i fari illuminavano strade e tetti, cercando zone d’ombra. I risciò correvano veloci sull’asfalto.
Dirigibili militari. Si diversificavano da quelli civili perché al posto delle immagini pubblicitarie esibivano una svastica. Un fascio alogeno fu dirottato verso il basso dalla cabina di pilotaggio di un dirigibile accarezzando la vetta dell’ex edificio amministrativo della città.
Al centro dello spiazzo di cemento c’era Miyako. Splendida, nel suo abito in stile vittoriano, completo di cilindro con googles e corsetto di pelle nera, impreziosito da ricami dorati, che le segnava il corpo sensuale e dolce. Stringeva in mano il suo inseparabile bastone da passeggio.
La donna si sistemò la gonna sopra gli anfibi di pelle e partì improvvisamente. La punta della spada indirizzata alla gola dell’avversario.
La mente era concentrata e cercare un nesso logico tra il viaggio a Londra, alla ricerca di un libro di molto raro e prezioso, e la situazione folle in cui si trovava.
Com’era finito in cima a quell’edificio, dove si stava confrontando con quella specie di folle geisha?
I ricordi fluivano a intermittenza, come le scariche luminose e sfrigolanti delle vecchie insegne alogene di un infimo locale nel centro della città a pochi metri da dove si trovava.

Viaggio intercontinentale Parigi – Londra. Quindici ore allucinanti, a bordo di un treno a vapore, stipato tra passeggeri puzzolenti e chiassosi. Nelle cappelliere tra le valige spuntavano gabbie di animali domestici. Lungo i corridoi, cantanti liriche si esibivano in gorgheggi ridondanti.
L’Archivista adorava il pesce crudo. Aveva letto nella sua guida digitale che a poche centinaia di metri da Victoria Station, c’era il migliore sushi bar, della città.
Brandelli di ricordi portarono il cacciatore di reliquie, all’interno del locale più alla moda e frequentato da giovani manager, modelle anoressiche. Mafiosi giapponesi e puttane androidi.  Queste donne avevano combattuto nell’esercito regolare durante il Terzo Conflitto. Per le ferite riportate erano rimaste mutilate nella parte inferiore del corpo. Come unica soluzione di sopravvivenza c’era solo la chirurgia ricostruttiva molto costosa. Per potersi permettere di avere una parvenza di vita normale si sono viste costrette a ricorrere al lavoro più vecchio del mondo. Al posto delle gambe avevano arti artificiali. Nanotecnologia nipponica. Corpi modificati vestiti in latex. Anime erranti vuote di emozioni. Amore a pagamento. La nuova civiltà sprofondava le radici in quelle vecchia.
Megaschermi alle pareti che vomitavano immagini distorte in bianco e nero. 
La sala era affollatissima. A fatica ci si faceva largo per arrivare al banco del kaiten. Il nastro trasportatore girava attorno ai clienti presentando ogni forma di prelibatezza giapponese.
Duprè ricordò.

Un bricco di Sakè caldo. I pezzettini rosa di salmone sistemati con cura maniacale sopra i rotolini di riso. Wasabi e zenzero fresco arricchivano il suo piatto.
Per un istante ricordò la sua immagina riflessa sul bicchiere di malto d’orzo. La fredda umidità avvolgeva il flute. Il liquido dorato all’interno liberava migliaia di bollicine.
Rammentò i suoi occhi arrossati e il dolore lancinante all’interno dell’occhio sinistro.
Immagini che si deformavano.
I bastoncini laccati agganciavano una fettina di tonno crudo. Somigliavano a temibili uncini di un mostro gigantesco. Impacciato.
Accanto a lui, a destra, nel bancone sedeva la ricettatrice.
Alla sua sinistra un tipo con bombetta e sigaro si collocò sulla sedia urtandolo accidentalmente.
I due uomini si scambiarono un’occhiata. Dalle labbra del tizio uscì una nuvola di fumo azzurrognola.
Un foglietto clandestino scivolò sul tavolo dalle mani del fumatore a quelle del francese.
Un sibilo. Infido. Serpente a sonagli che colpisce la preda.
Un dardo scoccato dalla balestra di un agente di sicurezza.
Il cacciatore schivò istintivamente la freccia. Una goccia di sangue si staccò dalla punta cadendo sul biglietto da visita in mano al francese. Duprè si volse scorgendo l’uomo dal sigaro accasciato sul tavolo. Un foro sulla fronte. Il sangue che colorava il colletto della camicia.
La piccola freccia terminò il suo viaggio mortale frantumando la bottiglia che teneva in mano il barman.
Vetri come proiettili.
Scaglie taglienti. Duprè immaginò di vedere nel frastuono, il riflesso in una scheggia volante, di Miyako si toglieva una boccetta appesa a una collana e versasse del liquido ambrato nella ciotola della salsa di soia.
“E’ tutto a posto, Signore?”. La voce metallica usciva dalle labbra di un agente.
Altri due intervennero a trasportare il cadavere dell’uomo dal sigaro cubano.
Massimiliano Duprè li osservò il biglietto che stringeva in mano.
“VICTORIA STATION. DEPOSITO BAGAGLI. PACCO N° 2510”.
“Ci scusi ancora.” Voce raschiante. Impersonale. “Quest’uomo era un killer al soldo degli arabi… strano che fosse qui… Lei lo conosceva?”.
L’Archivista negò con un cenno del capo.
“Grazie! Scusi ancora. Buona serata Signore.”.
Una goccia scivolò sul bancone tagliando verticalmente il bicchiere di birra. 
Duprè guardò trascinare all’interno di quella stilla, la forma del cibo immerso nell’intingolo.
Tutto appariva alterato. Informe.
La testa gli doleva sempre più

SDENG…
Il colpo successivo inferto dalla donna, lo fece cadere. Fu: violento. Improvviso
Un dolore lancinante. Una fitta spalancò una porta nella camera dei ricordi.

2085. Normandia. Costa orientale.
La spiaggia davanti all’oceano era avvolta in una nebbia fitta. Duprè aveva l’impressione di avere una garza bagnata sul viso.
I suoi movimenti erano lenti. Una danza, un rituale. Si muoveva con la spada come se stesse dipingendo su una tela astratta.
Davanti a lui il frate lo istruiva pazientemente.
Il frate aveva viaggiato molto e aveva appreso molto dalle culture con cui si era confrontato. In particolare da quella giapponese da cui aveva imparato l’arte dell’uso della spada. Durante i lunghi inverni il domenicano lo addestrava all’uso dell’arma giapponese. La katana. Gli allenamenti e i combattimenti avvenivano sempre all’alba in riva all’oceano sulla costa orientale della Normandia. Massimiliano Duprè non avrebbe mai dimenticato le sue orme pesanti su quella sabbia. L’odore del mare. Le nuvole cariche di pioggia.
Duprè imitava l’elegante fluire delle figure corporee che l’anziano monaco gli insegnava.
Le cuffie di un iPod nelle orecchie. Le note dei “Rammstein” sparate a un livello esagerato si confondevano con la risacca.
La nebbia si faceva sempre più densa, così avvolgente che all’improvviso il suo avversario fu inghiottito dalle nuvole basse.
Massimiliano Duprè lanciò un urlo attaccando alla cieca.

Uno strepito. Il francese scivolò sul pavimento viscido.
Si rialzò a fatica. Intravedeva tra le stoffe color viola, la sagoma dell’avversaria lanciarsi in un altro assalto.
Percepiva Miyako. Il vento cessò per un istante. Poteva sentire il battito cardiaco accelerato della donna. 
Fece un passo indietro scivolando sul marmo del pavimento, rendendo il suo attacco inefficace.
Le lame guizzarono l’una sull’altra fino a bloccarsi. Il clangore dei metalli si perse nell’eco della notte colore del piombo.
Iniziò a nevicare.
Dalle ciminiere delle centrali poste ai confini della città, il vento trascinò una nuvola di cenere. Fiocchi sottili simili a petali affumicati cadevano lentamente.
Duprè notò che le iridi erano di un colore diverso: Una verde e una grigia. Aveva già visto quelle due biglie inquietanti; si specchiavano nel liquore che oscillava nel bicchiere, durante la loro cena d’affari.
L’identico sguardo, ne era certo, che vedeva in quel momento riflesso nella lama della spada.
Stretta nell’impugnatura di dorata, aveva portato l’arma a incrociare quella di lei.
Le labbra erano a pochi centimetri. Il respiro affannoso. Un mantice che soffiava sul fuoco della passione e della rabbia.
Un riverbero lungo l’acciaio affilato gli affettò la pupilla.  Rewind.  L’immagine dell’avvenente ricettatrice di Londra che gli faceva gli onori di casa nel suo ufficio del centro, lo trafisse più profondamente di quanto poteva fare l’arma.
Un vortice.
Ancora quella maledetta sensazione di precipitare nel vuoto. Un viaggio dove realtà e sogno si confondevano.

Frame impazziti. Corrotti e deteriorati. Pellicola che brucia su se stessa accartocciando verità e fantasia. Il suo sorriso, la mano che sfiorava i capelli come se accarezzasse un corpo nudo.  La visuale che aveva davanti, era un turbine di emozioni sopite.
Il taglio dell’abito: una rivisitazione aggiornata di un modello del 1800, più un bastone dal manico in argento raffigurante la testa di un cobra, la arricchiva di una miscela di sensualità e pericolosità. In natura sarebbe stata catalogata come una pantera.
La stretta di mano gli trasmise una scarica elettrica che mandò in corto circuito la sinapsi.

SDENG…
Ancora un fendente, un affondo e una parata; mentre mille scintille accendevano la notte.
Un colpo profondo. Miyako incise la camicia bianca e una rosa scarlatta si disegnò sul tessuto.
Il bruciore gli fece strizzare gli occhi. Duprè non aveva mai provato un dolore così forte. Pensò che la fine fosse vicina.
Perché stava succedendo tutto questo?
Strizzò ancora più forte gli occhi e rivide il tavolo dell’ufficio di Miyako, colmo di documenti. Libri. Oggetti antichi e preziosi sparsi disordinatamente.
Uno schermo a tubo catodico rimandava immagini di una vecchia pellicola con James Stewart: La vita è Meravigliosa.
Un tablet PC collegato a una vecchia tastiera da macchina per scrivere Remington. Savescreem con l’effige papale.
Duprè e Miyako discutevano fumando oppio da una pipa di vetro.
“Questo libro da solo vale molto più di un Van Gogh, il suo acquirente lo sa?”
“Infatti, la cifra cui è disposto ad arrivare è ingente!”
“Deve fare attenzione Duprè. Per questo antico codice, c’è gente disposta e uccidere.”.
“Da quando bande di sciacalli hanno depredato quello che restava della biblioteca segreta del Vaticano, il Nuovo Ordine, mi ha incaricato di recuperare il “Liber Abaci”. Lei conosce, immagino, molto bene ciò che si dice di questo libro sparito misteriosamente intorno al 1225…” .
Miyako sorrise. Duprè si aspettava di veder spuntare gli artigli da un momento all’altro.
Il fumo grigio e profumato dell’oppio aleggiava come una marea impetuosa.
La donna ne aspirò una boccata. Trattenne per alcuni istanti il fumo assaporando la droga. Poi, liberò una nuvola leggera che sostò nella stanza come uno spettro.
“Le formule…” la giapponese parlò con voce roca. “… contenute nel libro, permetterebbero, di poter calcolare la traiettoria per viaggiare a ritroso nel tempo utilizzando i black hole… e pensare che Leonardo Fibonacci morisse senza poter divulgare al mondo questa sua scoperta perché il Papa lo… fece sparire.”.
“Non solo…” L’Archivista aspettò prima di continuare per creare la giusta suspense. “Sembra che con questi calcoli sia possibile non solo viaggiare nel tempo, ma anche modificare gli eventi.”.
“Duprè, lei capisce che il valore di questo Libro… è molto alto.”.
Fluttuazioni sinuose di oppio. Sguardi persi in pensieri immorali. Labbra bisognose di calore.
“Il segretario del Camerlengo non ha posto limiti. Il Nuovo Ordine Vaticano ha messo l’etichetta di priorità su questo libro. Se vuole… potremmo scambiarlo con un paio di… Leonardo.”.
L’uomo cercava una breccia. Lei gli restituiva ondate di sensualità che gli provocarono un’erezione inaspettata.
Milady giocava. Come il gatto con il topo.
“Troppi morti Duprè. Troppo sangue. A volte penso che certi oggetti o libri dovrebbero andare distrutti. Nella mia libreria starebbe bene il suo codice Fibonacci.”. Miyako rise. La lingua umettò le labbra carnose.
“Gli arabi mi hanno offerto molto… Duprè.”

SDENG…
Stavolta fu “l’arma bianca” di Duprè a produrre una ferita. Il tessuto si sbrindellò. L’abito si dischiuse e un seno sbucò come un fiore tra la neve.
Il capezzolo turgido trapassò il confine tra lecito e impudente.  

SDENG…
Le lame generarono centinaia di scintille.
I ricordi scorrevano come un fiume impetuoso.
Flash. Immagine sgranata. Graffiata; ingiallita dal tempo.

2088. Normandia. Costa orientale
Il giorno prima della sua investitura a Frate Predicatore. Massimiliano Duprè fu convocato nell’ufficio del Priore del monastero. Mentre vi si recava udiva gli altri frati cantare. I passi venivano accompagnati dalle note di ave maris stella.
La stanza era illuminata da una serie di candele. La luce giocava sui dorsi dei libri ordinati nella libreria che occupava tre pareti. Fu lì, che ricevette un’offerta interessante. Gli proposero di occuparsi del recupero di oggetti e manoscritti rari ma preziosi per il N.O.V. che erano spariti dalla Biblioteca di San Pietro a Roma.
Duprè in quegli anni passati al monastero, aveva capito di mare più l’avventura, finora vissuta solo attraverso la lettura clandestina di vecchi romanzi d’appendice, alla vita spirituale fatta di privazioni e penitenze.
Davanti al vecchio Priore non ebbe dubbi. Divenne così un cacciatore di reliquie. In codice Vaticano: “Archivista”. 
Gli anni trascorsi all’abbazia erano però molto lontani e ora gli restava solo un pallido tentativo di fermare tutto quel susseguirsi disordinato, allucinato, d’immagini ed emozioni, che scomponeva le sicurezze in tante tessere di un puzzle

Blackout.
La memoria resettata. Formattata; come l’hard disk di un computer.
Lo spazio temporale gli lasciò aperta la porta delle ipotesi.
L’Archivista francese dovette parare goffamente il colpo di spada.
Troppo sakè? Nello stesso istante si spalancò la porta dei dubbi.

Victoria Station.
Alito pesante sui binari del treno.
Un treno sbuffava nuvole di vapore acqueo mentre i passeggeri salivano a bordo.
Duprè si era infilato esibendo all’addetto del deposito bagagli la sua tessera del N.O.V.
La piccola stanza dove si accatastavano i bagagli smarriti dai passeggeri a  bordo dei treni era stipata all’inverosimile.  Dove regna il disordine comunque, si trovano persone che conoscono la posizione esatta di ogni pacco. Le indicazioni del funzionario delle ferrovie furono precise.
Sulla scansia numero nove, un pacco avvolto in carta color ocra portava appeso un bindello con evidenziate le cifre 2510.
Massimiliano Duprè sentì l’eccitazione impadronirsi del suo corpo. Aveva completato la sua missione. Tutto però gli risultava troppo facile.
Tsunami di adrenalina. Una fitta agli occhi feroce lo aggredì come una belva affamata.

Il fuoco ardeva nel caminetto della stanza da letto della donna.
Sul tavolo giaceva assopito un prezioso volume avvolto in un panno con le effigi papali.
Abiti sparpagliati sul pavimento. Come le briciole di pane di Pollicino, conducevano al talamo.
I corpi attorcigliati nella seta viola delle lenzuola annaspavano. Lottavano. Nessuno dei due voleva cedere.
Le lingue giocavano sulle labbra. Le dita strizzavano i capezzoli turgidi.
Sopra. Sotto. Le carni gemevano, ansimavano, diventando tutt’uno.
La fiamma risvegliava il candore della pelle asiatica. Duprè non poté non ammirare la schiena trasformata da un artista in uno stupendo dragone tatuato.
Accarezzò il tratto in rilievo del Demone alato. La lingua depositò sulle ali stille di saliva. Polline trasparente che catturò barlumi di luce.
Una pipa fumante di oppio riposava su un vassoio di ceralacca accanto al tatami. Volute di fumo azzurrognolo tracciavano nell’atmosfera rarefatta mostri e fantasmi.
La donna cavalcò l’uomo. Un’amazzone instancabile.
Stringeva la gola dell’amante per aumentare il piacere dell’orgasmo.
Un urlo.
Le grida coprirono il meccanismo della segreteria telefonica che s’innescò. Una voce impercettibile, metallica, stava registrando il suo messaggio.
Le mani di Miyako strinsero ancora.
Lussuria e vizio.

SDENG…
Affondo!
Le lame scorsero l’una sull’altra. I corpi ruotarono facendo leva sui piedi tenendo sempre la spada appoggiata all’addome con la punta verso la gola dell’avversario.
SDENG…
Miyako e Duprè saltellavano uno dinanzi all’altro. I muscoli tesi. L’adrenalina viaggiava impadronendosi di ogni arteria disponibile.
SDENG…
Le stoffe si agitavano sospinte da un vento sempre più indisponente.
La cenere cadeva lenta. Silenziosa. A ogni salto, si levavano nuvole di petali di cenere nera.
Duprè e Miyako combattevano cercando riparo tra le bandiere.
Affondo e parata.
Una tela viola si frappose tra il francese e la donna.
Improvviso come il lampo oltre la City Hall londinese, una fitta lancinante mise in black-out le sinapsi per un nanosecondo.
Il francese spostò il drappo.

Flashback.
Il tessuto viola delle lenzuola del talamo della giapponese bloccava i movimenti del cacciatore. Stretto nelle spirali di Medusa, i suoi muscoli erano attorcigliati nella trama di seta.
Lei gli morse un capezzolo. Una stilla di sangue tracimò. Un rivolo scarlatto scese verso l’ombelico. L’uomo gridò.

Un altro lampo nel cielo di cenere.
Un drappo cadde ai piedi di Duprè. La giapponese avanzò protendendo la spada. Improvvisamente si librò in aria dandosi una spinta con la punta del piede.
Massimiliano Duprè si parò il viso con la lama di acciaio. Il metallo riflesse la figura della donna mentre rimaneva sorprendentemente sospesa per un tempo lunghissimo, prima di planare davanti a lui minacciosa.
Il cacciatore scartò a sinistra e la evitò.
La giapponese si staccò da terra con la leggerezza di una farfalla.
Almeno questo è quello che la sua mente registrò.

…Caricamento in corso…
…Livello Subconscio TRE…

Miyako si aggrappava alle bandiere per raggiungere l’avversario senza dargli il tempo di controbattere il suo attacco. Sostenendosi alla seta volò fino a sorprendere l’Archivista e infliggergli una ferita. L’arma bianca recise stoffa e cute. Un taglio netto. Non profondo. Il sangue imbrattò la giacca di lana.

I petali di scorie continuavano a cadere come soffice neve, e il pavimento era tutto ricoperto da uno strato grigio, puntellato da stille di sangue.
I corpi danzavano alzando nuvole improbabili. Piume cadute dall’Inferno.
Improvvisamente il francese si ritrovò avvolto in un labirinto di seta dal colore viola. Avvertiva la lama impugnata dalla donna, tagliare la stoffa facendola cadere, un lembo alla volta.
Il corpo era in trappola. 
Il cuore batteva forte. Chiuse gli occhi per l’ultimo istante.
SDENG…
La giapponese passò la lingua sulla ferita di Massimiliano Duprè. Le labbra deliziate da particelle di piacere rubate. Le bocche si cercarono; voluttuose.
Si trovarono…
“Quel libro… devo assolutamente recuperarlo… un cliente ha chiamato non appena sei uscito dallo studio.”.
Lo spazio di un capello divideva le loro labbra.
“Chi sarebbe questo… misterioso cliente?”:
“Sssssss… ascoltami senza parlare… così non sprechi le forze. Ho dovuto drogarti per riuscire a portarti qui…senza che t’insospettissi. Ma sei riuscito ad anticipare la mia mossa e hai nascosto il libro. Quell’uomo è pericoloso. E lo vuole a ogni costo… te l’ho detto: si può anche morire pur di averlo.”.
Si morsero ardentemente.
Una goccia di sangue segnò il mento dell’uomo. Un sapore forte, amaro, di ferro invase la sua gola.
“Dimmi… dove si trova il libro?”
SDENG…

…Caricamento in corso…
…Livello Subconscio QUATTRO…

… Attendere…
Premere “START” per Continuare.

Lo schermo a Led baluginava nell’oscurità.
Gli occhi di Duprè sembravano vuoti e spenti. Guardava la scritta intermittente sullo schermo. Un sapore amaro di sconfitta gli salì in gola.
Era solo un gioco. Uno stramaledetto gioco.
Uno stramaledetto vizio.
Il corpo pesante, accasciato sul divano davanti alla tv con la consolle per videogiochi.
Improvvisamente il telefono squillò. La segreteria partì dopo una breve attesa.
“Buonasera Miyako sono il segretario del Camerlengo. La chiamo per avere notizie del nostro prezioso pacco…”.
Rumore d’ingranaggi metallici. Il nastro sembrò accartocciarsi e la voce divenne incomprensibile.
Improvvisamente, una voce suadente arrivò da lontano.
“Duprè… tra poco potrà riaprire gli occhi e tornare alla realtà. Si lasci riportare indietro. Non opponga resistenza… Uno… Due… Tre…”.

Massimiliano Duprè, cacciatore di reliquie riaprì gli occhi.
Lo studio era ancora sommerso nella penombra. Dalla finestra la luce blu cobalto di un’insegna di un infimo locale, filtrava a intermittenza.
Duprè aveva la gola in fiamme. La testa trasformata in incudine: Le parole della donna parevano colpi di martello. L’eco continuava a rimbalzargli dentro.
Si sentiva violentato. Violato nell’intimità più profonda.
Strinse le mani sulla testa per trovare una sorta di equilibrio. Nella semioscurità intravide la donna scivolargli accanto. Il profumo di assenzio della sua pelle.
Il francese si passo la lingua sulle labbra. Sapore di sangue rappreso.
La testa riprese a martellare.
“E’ stato un piacere fare affari con te, Duprè.”
La figura di milady si stagliò sulla porta. Elegante, come la prima volta che l’aveva vista, nel suo abito vittoriano e corsetto di pelle nera. Si abbassò sugli occhi i googles con quelle strane lenti colorate e ingranaggi di ottone. Rimise la spada dentro all’interno del bastone da passeggio. L’ombra del cobra d’argento disegnava sulla parete una figura mitologica. Nella semioscurità un demone era pronto a colpire. Gli occhi gli dolevano.
L’Archivista notò che Miyako stringeva tra le mani quello che sembrava essere un libro avvolto in un panno di seta viola.
Vide il simbolo a forma di svastica e chiavi del Papa.
Duprè osservò la sua borsa con il simbolo ecclesiastico del N.O.V. aperta e vuota ai piedi del divano. Sapore rancido in gola.
“Chi è? Chi è il maledetto cliente?”.
“Credo che nessuno ti abbia mai detto che il Camerlengo, è anche a capo anche del Tribunale d’Inquisizione… Questo libro è così importante per l’umanità che sono stati incaricati tre Specialisti per il suo recupero. Ricordi il tizio con il sigaro al bar? Era un Archivista anche lui.”.
“Ma… tu… chi sei?”.
“Sono una ricettatrice, ma anche un agente speciale del Tribunale dell’Inquisizione. Anche noi stavamo cercando il “Liber Abaci” di Fibonacci. Ora che en siamo in possesso si potranno cambiare molte cose sfruttando questi calcoli. L’Inquisizione tornerà a dominare sul mondo… gli eretici e i pagani saranno eliminati… e tutto questo lo dobbiamo a te…”.
“ Voi siete dei pazzi fanatici!”
“ Adieu mon ami…”.
La porta si richiuse riportando la penombra nello studio.

“START”

…Caricamento in corso…
Livello Subconscio CINQUE…


 

L’Homme Noir

2065. A.t.G. Après la troisième guerre.

« … L’homme noir vient la nuit … »
Solitario. Spettro di se stesso.
Lui indossava una finanziera nera, e vagava anima sperduta, nelle strade di una Parigi ammantata di una luce rubata al tramonto. Ocra con venature blu cobalto. Striature di madreperla agganciate alle nubi.
Il mondo aveva subito una sorta di salto temporale e le epoche sembravano essersi mescolate. Moderno e antico convivevano in una visione post apocalittica, provocata da quello che i ribelli e i sopravvissuti avevano chiamato: “Terzo Conflitto.”.
Il mondo dopo l’esplosione della più devastante guerra nucleare non era più lo stesso e l’orologio biologico dell’universo aveva fatto ripiombare l’umanità con un salto temporale in moderno XVIII secolo.
Fine del XVIII secolo.  Fine delle illusioni.
I boulevard erano invasi da brulicanti anime infreddolite. Dalla campagna nuove orde di barbari avevano conquistato la città. I nuovi parigini avevano inondato la città di una linfa acerba ed esaltante. I mercati nascevano in continuazione. Carovane di barrocci che provenivano dalla periferia si affiancavano alle eleganti carrozze con il loro carico di dame imbacuccate lungo gli arrondissement.
Prototipi di automobili a vapore sbuffavano invadendo la carreggiata evitando i passanti curiosi. Nella corsia superiore aeromobili a reazione sorvolavano a una decina di metri di altezza, il traffico cittadino. Nuvole di benzene si dileguavano nell’atmosfera.
Calessi colmi di varia mercanzia venivano trainati da cavalli asmatici, ma era solo l’impressione che se ne ricavava osservando questi animali protetti da particolari maschere di PVC antipolvere strette sul muso. Lentamente si dirigevano verso il fiume, dove li aspettavano le chiatte. La Senna era divenuta una sorta di porto, dove attraccavano vecchie imbarcazioni a vapore, velieri e yacht ultra-tecnologici.
Sulle sponde del fiume un’attività di supporto fremeva simile al lavoro incessante che si svolge all’esterno di un formicaio. Merci da caricare e scaricare. Muletti diesel in funzione accanto ad argani e verricelli, strutture articolate costruite in legno e corda, manovrate dagli stessi animali che avevano condotto fino a lì i generi alimentari che giungevano dalle campagne adiacenti.
In lontananza diversi fari proiettavano nel cielo fasci di luci verdi. Erano chiamate “lanterne”, e servivano ai piloti degli aeromobili a elio o a reazione di giungere a Orly dove era sopravvissuto il vecchio aeroporto della capitale francese. Spesso, infatti, un forte vento continentale portava nuvole di polvere sottilissima. Un ghibli di pigmenti color ocra che rendeva difficile ogni attività. Specialmente volare.
Enormi dirigibili trasvolavano paciosi la capitale, sfiorando il profilo disteso di un gigante marmoreo addormentato sulle colline del Sacré Coeur. Le rovine della basilica somigliavano al volto deforme di un freak scappato dal circo cinese.
L’aria densa di un pulviscolo color giallo-rossiccio, elargiva una luce rarefatta, come quella che i vecchi lampioni a petrolio espandevano all’imbrunire.
Mancavano pochi mesi all’inaugurazione dell’Esposizione Universale del Terzo Millennio, e la capitale francese si era trasformata in un grande circo Barnum a cielo aperto abitato da operai e artisti e animali da soma. La popolazione dalla fine della guerra, era costretta a usare delle particolari maschere antipolveri sulla bocca per proteggersi dalle particelle sottili e velenose, regalo del “Terzo Conflitto”.  Pesanti occhiali da ghiacciaio difendevano gli occhi dai raggi ultravioletti del sole che non trovando più un’atmosfera ricca di ozono picchiavano la superficie terrestre surriscaldandola come un forno a microonde.
Lui: indossava un’elegante redingote, un abito in doppiopetto, nero come la notte. Cappello a cilindro chapeau claque.
L’Homme noir si nascondeva dietro occhiali da alta quota, con protezioni di pelle. Lenti blu antifog. Naso e bocca erano protetti dalla maschera antipolveri. Bavero alzato. Dietro la schiena aveva agganciato un’antica spada giapponese con la tsuka-ito in seta rossa.
Occhi d’opale, profondi, dolorosi, seguivano le movenze delle volute gassose degli scarichi catalitici che danzavano nell’aria rarefatta. Somigliavano a gocce d’inchiostro che si dissolvevano nell’acqua e svanivano nelle ombre.
Lui era un “Hunter”. Un cacciatore di taglie.
Nella sua agenda elettronica aveva decine di nomi di criminali che la polizia non riusciva a catturare.
Nel XII arrondissement, sede della polizia, troppa politica e corruzione spaventavano i vertici del palazzo di giustizia. I poliziotti di pattuglia nelle strade, erano troppo morbidi, o corrotti a loro volta per fronteggiare una delinquenza sempre più dilagante. La criminalità, soprattutto quella cinese e quella giapponese, comandava lo spaccio di droga. La prostituzione. Il commercio di organi umani. Molti bambini venivano rapiti ogni anno e gli organi sani trapiantati nei corpi marci dei ricchi signori della droga, che volevano allungare la loro permanenza sulla terra.
L’Homme noir aveva un privilegio che altri Hunters non avevano.
Lui: era un ex. Conosceva i metodi della polizia. Quelli leciti e soprattutto quelli illeciti. Questo, erano il suo vantaggio.
Il suo incedere era indolente. Calcolava il peso dei passi, e mentalmente ne sommava i chili. Questa tecnica lo aiutava a rimanere sempre concentrato. Sempre all’erta.
Improvvisamente le sue ossa furono attraversate da una scarica di brividi che percorsero tutta la schiena più volte.
Il primo freddo s’incollava alla pelle. Pellicola trasparente, gelida. Ingombrante.
L’uomo nero s’inoltrò in un viale alberato. Le foglie scarlatte e rubiconde si staccavano dai rami improvvisando una nevicata dai colori bruciati.
I suoi piedi affondavano in un tappeto di patchwork di linfa morta.
« … L’homme noir vient la nuit … »
L’individuo sembrava un essere invisibile. La gente lo scansava. I bambini evitavano il suo sguardo, scappando come se avessero visto un fantasma. Una cantilena metallica soffiata attraverso i feltri delle loro mascherine li accompagnava mentre si rincorrevano pesantemente lungo le scalinate del Trocadéro. Voci bianche, che parlavano di un uomo nero, venuto da lontano. Di notte.
« … L’homme noir vient la nuit … ».
Un gesto di rabbia. Improvviso. 
L’Homme noir scalciò un cumulo di fogliame, osservando poi il lento cadere delle fronde. 
Estrasse la katana. Gesto rapido. Concentrato. La lama di acciaio oscillò solleticando le mille superfici. Un sibilo quasi impercettibile. Alito gelido. Migliaia di coriandoli marci si sparsero sui sampietrini.
Nevicata viscida e umida.
L’aria infetta puzzava. Rancida. Asmatica.
Nell’avanzare dinoccolato, l’uomo si riempiva di ossigeno filtrato. Pesante. Artificiale. Mente e polmoni immaginavano gli effluvi provenienti dalla Senna, dai bistrot, dai negozi di pane.
Afferrò reminescenze dimenticate, come quella del profumo tipico delle caldarroste. Tepore caldo e invitante. Ricordi profondi.
L’uomo nero osservava silenzioso e melanconico, quei coni di carta di giornale, zeppi di frutti abbrustoliti. Nessuno poteva notare il suo sorriso di PVC. Provava una profonda amarezza per quei buffi caldarrostai, rispettava la loro dignitosa disperazione. Uomini nascosti sotto vecchie maschere antigas uscite da qualche angusta e polverosa soffitta, che offrivano ai passanti sacchetti di frutti rosolati. Braci fumose ardevano dentro i fusti di motor-oil vuoti. Ciminiere metalliche che fungevano da improvvisati bracieri, dentro i quali armeggiavano mani sporche di lubrificante, fuliggine e castagne.
Sulle pareti di alcuni palazzi napoleonici, una miriade di cristalli liquidi vomitava l’immagine di una bellissima giapponese. La donna vestita di pixel si prodigava a dare consigli alla popolazione. Indossare sempre le maschere. Gli occhiali.
Ricordava loro che: “Après le coucher du soleil couvre-feu est entré en vigueur”.
Chiunque si fosse trovato dopo le ventuno nelle zone rosse, che poi erano quelle che cingevano il palazzo del capo dello stato e il parlamento, veniva arrestato e deportato nelle carceri della Cayenne. Nella Guinea francese, si era tornati a restaurare quello che era uno dei più famosi carceri del passato. Anche oggi, come nel 1900, non si faceva più ritorno dall’île du diable.
Le acque brunite della Senna accarezzavano il lento movimento dei battelli a vapore che la fendevano ferendola con il loro concentrato di mercanzia.
Accanto a Pont des Arts una serie di case galleggianti era stata trasformata in bordelli. Case da gioco. Fumerie di oppio. Rifugio della feccia della città, ma anche di ricchi politici senza scrupoli. Cloaca corrotta. Strani animali popolavano questo lembo di città. Puttane strette in body e calze di latex nero. Stivali autoreggenti, o scarpe con tacco a stiletto erano le armi di seduzione. Sul volto Anacronistiche maschere facciali antigas calate sul viso. Ridicole caricature di uno zoo perverso. I clienti sceglievano in base all’erezione che quel circo cinese offriva loro. Un contratto a scatola chiusa. Compravi un corpo. Senza un volto. Senza un bacio. Senza cuore.
Potere, sesso e denaro. Nulla era mutato rispetto a prima del disastro. Il Terzo Conflitto aveva solo mutato l’aspetto fisico dell’umanità, ma non la sua vera anima.
Fornicatorio putrescente.
Le luci al neon crepitavano nell’atmosfera come un’enorme friggitrice aumentando l’inquinamento sonoro. Un miscuglio di suoni e rumori erano la colonna sonora ininterrotta che accompagnava la vita dalle sponde della Senna fino agli arrondissement. Sirene della polizia, mezzi di soccorso, elicotteri da combattimento. Tutto era assemblato, filtrato e trasformato dal cervello umano in dei sibili continui. Un serpente a sonagli che ti avvertiva del pericolo costante.
Un foglio di giornale volò. Somigliava a un albatros spaventato che sbatteva le ali di cellulosa. Il cacciatore fu attratto dalla data: 25 ottobre 2065.
Una lacrima si affacciò impetuosa.
Il fantasma di carta volò via improvvisamente. Il vento autunnale lo trascinò verso le cupole del Sacro Cuore.
Tramonto.
Gli ultimi raggi di sole vi si posavano, strofinando la lucentezza cristallina di minuscole perle di rugiada. Vapori dorati. Arcobaleni evanescenti nell’atmosfera che virava dal rosso al giallo.
L’essere si strinse nella divisa di lattice. Il tepore artificiale lo avvolse. Un abbraccio pesante che lo rassicurò, mentre s’infilava in un corridoio di gente. Controllò il suo tablet-pc cercando l’immagine della persona che stava cercando. Il display s’illuminò. Velocemente sullo schermo a led zampillarono immagini e dati di centinaia di ricercati. Carcasse umane. Sifilide emarginata ai lati della “nuova civiltà” dove le armi da fuoco erano state bandite. Solo la polizia e l’esercito potevano utilizzarle. Al contrario delle cosiddette armi bianche che invece erano consentite. Un articolo della nuova costituzione diceva che il confronto tra due contendenti armati di coltello o spada, era da considerarsi alla pari e solo l’abilità era ciò che determinava la superiorità di uno o dell’altro contendente.
In questo sofisma legislativo proliferavano i killer della mafia giapponese. Abili spadaccini che eliminavano ogni tipo di concorrenza. Le forze dell’ordine erano incapaci di controllare legalmente questo tipo di fenomeno e così finivano per tollerare i cacciatori di taglie.
Lui era il migliore.
Dopo alcuni minuti la ricerca terminò. L’immagine che si aprì sullo schermo era di una donna. Killer della Yakuza. Pericolosa. Mortale. Margot Gajon, questo era il suo nome.
Uno strappo doloroso al cuore fece vacillare le poche certezze del cacciatore.
Lui conosceva quel volto. Lui conosceva quella donna.
Attraversò lentamente quell’ammasso di carne e pennelli, che si accalcavano nella turbolenta Place du Tertre.
L’Homme noir si guardò attorno. Circospezione. Istinto del predatore. Estrasse dalla tasca del cappotto la sua moleskine. La matita scivolò veloce sulla carta appuntando frammenti di una storia. Drappi di memorie. Annotava ogni cosa. Date. Luoghi. Emozioni. Era il suo schedario personale. Vademecum di morte.
Il sole sfuggiva veloce alla morte, nascondendosi dietro nuvole dipinte di fuliggine. Gli ultimi raggi riscaldavano le ali di uno stormo di aerei che s’infilavano nelle ombre proiettate sui sampietrini da un gigante ferito nell’orgoglio.
Era la carcassa del progetto ambizioso di un ingegnere. Gustave Eiffel aveva realizzato quello che era solo un sogno iniziato con lo scheletro della Statua della Libertà. La guerra ne aveva deturpata la bellezza. Disarticolata. Ferita. Lacerata nell’anima.
La ghisa si allungava come un braccio rotto, teso, verso l’infinito, cercando di catturare l’ultimo alito di vento che trasportava la solitudine verso eremi indefiniti.
Una fitta al cuore. Uno stiletto affondato nei recessi della memoria. Nella mente si affacciò il ricordo di Lei.
Memorie lontane.
Penombra. Calore violento. Innaturale. L’afa del pomeriggio ancora aleggiava tra le pareti. I corpi erano nudi. Lei era in piedi davanti ad un cavalletto. Tra le mani un pennello che scivolava sulla tela come una lama tagliente. Rivoli di colore vermiglio imbrattavano i suoi piedi scalzi. Sul pavimento accanto a se teneva la sua spada. Una katana giapponese del 1600.
Le labbra rosse della donna si schiudevano in una linea piena di mistero e pericolo. Il cacciatore ne era ipnotizzato. I suoi occhi disegnavano mentalmente il profilo di quel corpo fatto di muscoli tonici ma sensuali. Di un seno grazioso che prometteva un piacere inebriante dalla cima turgida dei capezzoli.
Il computer abbandonato sul pavimento lavorava incessantemente. Il software che raggruppava il database con tutti i ricercati e le rispettive taglie, macinava file. Riverberi azzurrognoli sulla carta da parati.
Finalmente il processo di ricerca si fermò Sullo schermo apparve il volto di una donna dai capelli ribelli e accesi da venature di rame. Extrêmement dangereuses.
Una pigra stanza di hotel si prestava al gioco. Melanconica spettatrice nascondeva a fatica i sospiri. Gemiti che picchiavano ritmicamente dietro una porta di larice numero venticinque.
All’interno la luna si rubava le rifrazioni delle candele sparse sul pavimento specchiandosi sul vetro della bottiglia di Assenzio stesa accanto ai mozziconi accesi.
Memorie dolorose.
Lei. Corpo nudo. Malizioso. Sensuale. Hunter osservò le gambe di Margot attraverso la lama della katana. L’acciaio lucido ne rimandava la curvatura sensuale. I kanji incisi sull’arma parevano tatuaggi impressi sulle cosce toniche della donna. Un brivido di piacere s’impossessò del basso ventre del cacciatore.
Corde sui polsi. Lacci scarlatti alle caviglie. Il pallore della carne stretta nei nodi shibari. 
Lui aveva imparato quella tecnica di bondage dallo stesso maestro d’armi che lo aveva addestrato all’uso della spada giapponese.
Margot giaceva abbandonata in un oceano di lino. Onde di piacere s’infrangevano sugli scogli della mente.
Le mani del cacciatore accarezzavano la pelle della donna, madida di sudore. Il corpo che si scioglieva in un orgasmo intenso, urlato, mentre lo liberava dai lacci.
Ricordi che annegavano nelle lacrime.  Barchette di carta che scivolavano verso l’ignoto.
Lacrime.
L’uomo nero si muoveva tra la folla a passi lenti, come una nave rompighiaccio tra iceberg umani e cavalletti di legno.
Non era più sicuro di ciò che era.
Di ciò che era diventato.
L’abbandono era il peggior compagno di viaggio che potesse incontrare.
Le vetrine dei bistrot accoglievano la sua immagine riflessa. Uno strano insetto avvolto in un bozzolo nero. Somigliava a uno spaventapasseri.
Un lampo. Ricordi disordinati.
Si era perso negli occhi di Margot.  L’aveva conosciuta in un bordello dopo che aveva avuto una soffiata da uno degli informatori. Lei danzava tra i tavoli ricoperti solo di pochi veli. Nulla era lasciato all’immaginazione.
Lei era la più calda delle danzatrici.
Lei era la più pericolosa.
Morbide e sensuali le sue forme si esibivano in un’erotica danza del ventre.
Lei era la più bella. Paradosso eccitante. Parossismo morboso.
Aveva lasciato che le sue movenze accarezzassero la sua anima. Aveva amato il suo corpo. Impertinente. Eccitante. Fatale. I suoi informatori gli avevano consegnato un file che conteneva tutti i rapporti sulle esecuzioni operate da Margot.
Aveva dominato la carne, ma non lo spirito. La corda aveva inciso arabeschi profondi sulla pelle diafana. La cera aveva poi, riempito quei solchi trasformando in bassorilievo il piacere che infiammava l’intimità.
Assenzio. Oppio. I giorni a seguire furono dedicati al vizio e al piacere. La katana del cacciatore brillava alla luce delle candele. Lame di luce tagliavano le pareti. Bolle di umidità come bozzi di cancrena. Puzzo di umido. Il fumo dell’oppio aleggiava nella stanza come le nuvole di un temporale pronto a scatenarsi sulla città.
Poi il nulla.
Tempesta improvvisa. Lei se n’era andata e aveva lasciato pozze di dolore e lacrime sulla strada che porta al cuore.
Un clacson riecheggiò dans l’après-midi, riportandolo alla realtà. I passi scoppiavano sui sampietrini come sussulti lontani di una tempesta tropicale, mentre veniva inghiottito da un budello tortuoso di palazzi dalla bellezza aristocratica e decadente.
Come un acrobata da circo s’improvvisò equilibrista, mettendo un passo davanti all’altro, lungo la sponda di marmo della Senna.
Dietro di lui la cattedrale di Notre-Dame si era accesa aspettando i fedeli per l’ultima messa. Le luci attraversavano le grandi vetrate della cattedrale tuffandosi sulla Senna e sulla piazza antistante.
Le campane suonarono.
Il crepuscolo tinteggiava la città fondendosi con gli aloni luminescenti dei lampioni a petrolio.
L’uomo nero cercò una corrispondenza tra la sua storia e quella scritta da Victor Hugo.  Era lui il nuovo Quasimodo?
Allargò le braccia come se da un momento all’altro dovesse spiccare il volo verso la sua Esmeralda.
Un passo. Un pensiero.
Due passi. Una lacrima.
Tre passi e il volo lo liberava dal dolore perché la mente, era già lontana.
« … L’homme noir vient la nuit … »
Bambini che giocavano in un parco. Un’altalena si librava nell’aria solitaria. Il rumore metallico delle catene si fondeva con le voci afone dei bambini. La brezza portò quel canto lontano.
Il vento alzava i bordi del suo pastrano, facendolo sempre più assomigliare a un vecchio sparviero dalle ali ferite.
Cercava il suo nido. Cercava la sua ombra. Tirò fuori il tablet-pc. L’indicatore sulla mappa elettronica aveva ristretto la zona della caccia. Il rilevatore GPS aveva rintracciato il segnale del cellulare della persona ricercata. Il mirino viaggiò sul display fino a illuminare la zona in cui il cacciatore si trovava. Luce rossa. Segnale d’allarme.
L’orizzonte infiammato da un filo di sole scarlatto, andava a declinare dietro le guglie del Sacro Cuore.
Una lama di luce lo inglobò. Vide un istante dopo, una seconda ombra affiancarsi alla sua.
Sentiva un respiro affannoso dietro le spalle. Cercò il silenzio. La concentrazione necessaria. Chiuse gli occhi. Attivò ogni terminale sensoriale.
Il sibilo di una lama che veniva estratta accese un segnale nella sua mente, la sinapsi del pericolo fece fluire l’adrenalina nelle vene.
La mano strinse l’impugnatura in avorio della katana. Con un movimento rapido estrasse l’arma, ruotando di centottanta gradi. Il tramonto accarezzava con un ultimo raggio scarlatto il metallo della lama. Riverberi che si riflessero sulle lenti degli occhiali da ghiacciaio, simili a fuochi fatui che ardevano nelle tenebre.
Ora erano faccia a faccia.
Spade sguainate.
Margot alzò il capo rivelando una cascata di capelli rossi sotto il cappuccio di pelle. Il profilo raffinato del volto. Le labbra tumide. Gli occhi protetti da impenetrabili lenti bianche. Al cacciatore sembrò di trovarsi dinanzi ad un pericoloso felino. Un puma che indossava un lungo cappotto di pelle nera.
Lei colpì per prima avanzando verso di lui. Hunter parò il colpo. Le lame s’incrociarono liberando nell’atmosfera fulgide scintille.
Ci sono momenti nella vita in cui si devono fare delle scelte. Il destino si presentava sotto variate forme a riscuotere il suo credito. Fendente caricato al fianco. Violento. Improvviso.
Urlo spezzato. Bava alla bocca.
Un balzo a sinistra aveva evitato alla lama di trapassare le reni. La redingote evidenziava uno strappo laterale. Ala ferita.
L’albatros si difendeva coraggiosamente.
L’Homme noir aveva la sensazione che quella che si trovava davanti non era solo un pericoloso killer della mafia.
Era la sua occasione di espiazione. Dopo le tante vite cancellate, donare la sua in cambio di quella della donna che aveva amato, forse era l’unico modo che aveva per chiedere perdono.
Dolore e redenzione.
L’uomo nero si voltò. Girò le spalle a Margot, proprio quando la sua spada stava già roteando nell’aria. Hunter aveva deciso.
L’arma affilata penetrò facilmente nella carne. Zampilli di sangue esplosero nelle tenebre, simili a fuochi d’artificio.
I primi accenni dell’oscurità infagottarono un’ultima lacrima furtiva, trasformandola in un refolo di vento.
La stessa brezza cinse una foglia colore del rame e la rapì, portandola con sé, in un vortice di passione.
Hunter barcollò nell’ultimo alito di vita. Un volo verso le profondità del fiume. Ali spezzate.
Il buio lo accolse.
Onde concentriche sulle acque limacciose. Una dopo l’altra si richiusero su se stesse. Punto di partenza. Punto di arrivo.
Una pagina di giornale svolazzava leggera accarezzando la superficie della Senna. 
«Octobre 26 2065. Trouvé le long des berges de la Seine, le cadavre d’un chasseur de primes …. ».
Ombre allungate accartocciarono le parole e il foglio volò lontano, inghiottito dalle tenebre.
Nel silenzio dell’indifferenza.
« … L’homme noir vient la nuit … ».

 

 

“Ali Spezzate”

 

Un violento temporale si stava abbattendo sulla città immersa in un sonno profondo. L’acqua dilatava ogni cosa. Deturpava le sagome di cristallo dei palazzi. Deformava l’intensità delle luci.
Un’ombra scura avvolta in un pesante cappotto sfidava il freddo. L’ampio cappuccio infilato sulla testa lo proteggeva dalla tormenta.
Improvvisamente il display del telefono cellulare che aveva in mano, infranse l’oscurità.  La busta gialla di una mail invadeva la superficie a Led.  Sui cristalli liquidi comparve un nome: Monjca.
Aprì la busta digitale. Luce, blu cobalto, che penetrava i vapori che il ventre dell’asfalto esalava. Lesse il messaggio. Parole che scavavano dei solchi profondi:
“… è il sangue delle mie lacrime…”.
Tasto rosso – VUOI CANCELLARE IL MESSAGGIO? – Il dito esitò un istante prima di confermare. Le luci gialle e rosse crepitavano come brace sospinta dal vento nella notte scura. La creatura alzò gli occhi al cielo. Cumuli di soffice cotone, sporco di cenere, sfrecciavano tracciando il profilo della città. Un rigurgito continuo di nubi le sovrapponeva una sull’altra fagocitandosi a vicenda. Iniziò a piovere. Giunsero, gradualmente… rallentate… quasi fossero cristalli di neve. Gocce pesanti: scoppiettanti petardi sull’asfalto. Poi, improvvise acceleravano vorticosamente sospinte dal vento.
L’Essere oscuro ne assaporava l’intensità.
Una goccia… due… cento… mille…
Un’acquerugiola gelida e sottile. Invisibili aghi che penetravano la notte, violentandone le viscere.
“… il sangue delle mie lacrime…” . Quelle parole aleggiavano nell’atmosfera, ingombranti quanto le nuvole sullo sfondo dei grattacieli.
La Creatura camminava senza preoccuparsi della pioggia. Senza curarsi degli abiti impregnati. Voleva solo dimenticare il suo ultimo incarico.
Le strade semideserte, immerse nelle tenebre erano il suo rifugio preferito. L’odore particolare del primo assaggio d’autunno s’insinuava su per le narici. Un cocktail d’asfalto e cemento umidi… vapore che si condensava e portava con sé i fetori della notte. La puzza dell’immondizia. L’olezzo acido delle fognature traboccanti. Il profumo dei piccoli negozi arabi, che cucinavano tranci di kebab.
Dalle marmitte catalitiche, sbuffi grigiastri di benzene, s’impossessavano dell’aria satura. Traballanti fantasmi mortali.
La musica della città notturna lo abbracciava con tutti i suoi clamori. Trombe impazzite. Lo stridio acuto di freni che la pioggia rendeva più sibilante. Sirene lontane: allucinate. Le voci laconiche e disperate dei clochard.
Nelle pause dove tornava il silenzio naturale della natura, il ticchettio della pioggia si faceva sentire, sovrastando il battito del suo cuore.
Lui era a caccia.  Lo chiamavano: NightWatch.
Lo definivano un predatore notturno. La verità come spesso accade, stava nel mezzo. Il suo compito era di traghettare le anime dei morti. Lui era l’ombra nera con la falce. Lui: era l’Untore.
Le Tenebre erano il posto migliore per affondare i propri artigli nella carne. Il luogo dove poteva sbarazzarsi dei pensieri. Di quell’ultimo incubo. Lui amava dire che il suo era uno sporco lavoro… ma che qualcuno doveva pur farlo… lui non l’aveva scelto… era stato il Fato a puntare il dito su di lui.
A volte però, le cose non andavano come dovevano andare e certi incarichi denunciavano degli sviluppi imprevisti e sgradevoli.
Le iridescenze dei semafori. Deformi esseri provenienti da un altro mondo, si piegavano e mutavano aspetto, mentre l’acqua ne rapiva i contorni.
Night ripensò alla situazione in cui si era cacciato. Farsi coinvolgere emotivamente con un umano, era severamente vietato. A lui non era mai successo… prima di incontrare Monjca. Ricordò l’istante in cui entrò nella stanza dove Lei stava dipingendo. Doveva essere un lavoro facile. Semplice routine. Invece il cuore ritrovò antiche emozioni che credeva dimenticate. Fu una decisione rapida. Figlia delle emozioni e dell’incoscienza che solo l’amore riesce a destare dalle profondità dell’anima. Chiese l’intervento dell’Esattore.
Pianse.
Le sue lacrime insanguinate scivolarono silenziose, protette dall’ombra del cappuccio calato sulla testa.
Sorsi di pioggia accompagnavano, sul nero asfalto, i riverberi della luce. I lampioni brillavano nella notte fradicia.
In cima al segnalatore luminoso, un’ombra gigantesca con le ali scure ripiegate, osservava il flusso ininterrotto della carne lungo quel lembo d’asfalto. A prima vista si sarebbe detto un avvoltoio pronto a scagliarsi sulla preda.
Night percepiva la sua presenza. Un brivido gelido paralizzò il suo cuore. Un cuore colmo di morte…
Improvvisamente percepì la voce del Demone rimbalzare dentro la sua testa.
“… il destino a volte può sembrare crudele nei suoi disegni, ma ciò che ti legava a Lei… era qualcosa che sfuggiva a tutte le regole… Lei: era speciale… lo sai… era una creatura di rara bellezza… un essere umano e un Demone… “. L’Essere rise spargendo vento greve nella notte. Un tuono lontano. Fuori luogo in quella stagione. “…. siete così simili e così diversi…”. Riprese a vaneggiare nella testa di Night. “… così uniti… ombre dello stesso raggio di sole…” .
Una folata di vento scosse le sue grandi ali scure. Alcune piume nere caddero lentamente come se una forza avversa ne impedisse la caduta sull’asfalto e le sostenesse in un’improbabile sospensione. Il Demone si strinse nel suo cappotto di pelle nera. Le ali si spalancarono imperiosamente. Un’immagine di memoria atavica che riportava a una delle tante icone sacre che ritraevano angeli decaduti dal paradiso.
Una macchina passò così vicino a NightWatch che poteva quasi sentire il respiro asfittico da anfetamine del conducente. Gli pneumatici annegavano per metà in una pozzanghera aprendo un’onda che tracimava oltre il marciapiede. L’Untore ebbe un gesto di stizza verso il guidatore. Oltre il lunotto posteriore dell’Audi poté scorgere il riflesso del Demone che librava la sua “Katana” nell’oscurità.
Un sibilo accompagnò il movimento. Movenze lente. Precise. Un rituale perpetrato nei secoli. La spada giapponese fendeva le gocce di pioggia. Stille d’acqua affettate che si moltiplicavano in sangue. La visione allucinata di quelle migliaia di particelle scarlatte che si bloccavano nell’aria per un nanosecondo, era concessa solo ai due Demoni.
I fari rossi della vettura si allontanarono brillando come rubini infuocati. Il clangore dei clacson rimbombava nella notte, qualche secondo prima dell’impatto violento tra due auto. Le vetture s’impennarono paurosamente. La station wagon si librò nell’aria come un Airone sgangherato e pesante. Le ruote giravano a vuoto sfidando la legge di gravità. Uno stridore lancinante.
Il Demone allungò la katana e bloccò la macchina in una sospensione irreale. In quell’istantanea di morte Night osservò gli occhi terrorizzati del conducente. La voce del Demone dal cappotto nero risuonava forte.
“Ti sarai chiesto molte volte, perché quando il proprio dolore diviene più forte di qualsiasi altro, noi, tendiamo a focalizzarci solo sulla nostra sofferenza. Tutto quello che ci accade intorno, prende lo stesso sapore insipido dei biscotti di crusca.”. Rise. Una risata fragorosa. Abbassò la spada. La vita e la morte tornarono ad incontrarsi.
Rumore di lamiere contorte. Vetri rotti simili a gocce di mercurio si liberavano sull’asfalto. Pezzi di plastica volteggiavano nell’aria. Insetti sulla carcassa di un cadavere di metallo. Night si voltò. Una sirena lontana. Una seconda. Più vicina. La Creatura guardò il cielo plumbeo vomitare ettolitri d’acqua. Il Demone era ancora lì… seduto sul sostegno di ferro del semaforo. Contemplava l’esito del suo lavoro.
NightWatch sentiva le tempie pulsare. Un dolore subdolo. Insinuante. Tamburi tribali. Note violente. Un delirio della mente, devastata dal dolore. La perdita della donna amata aveva lasciato una cicatrice profonda dentro la sua anima nera.
Il rumore di una lattina che scivolava sull’asfalto destò la sua attenzione, interrompendo il flusso dei pensieri. Un barbone frugava dentro ad un cassonetto delle immondizie rovesciandone una parte sulla strada. L’uomo, indossava una mantella lisa, nera, con il cappuccio abbassato sulla testa. Si riparava dalla pioggia. Dal freddo. Dagli sguardi indiscreti.  
Night lo riconobbe. Si avvicinò cautamente.
“Buonasera Esattore.”. Ossa stanche. Uno scheletro affamato, dalle mani sporche.
“Buonasera Night…”.
Viso affilato come la lama di una scure. La pelle che riluceva sotto la pioggia, sembrava incollata direttamente sulle ossa prive di muscoli facciali. Una maschera bianca. Teatro greco. Teatro della demenza. Gli occhi infossati nelle caverne oculari trasmettono una vitalità insospettabile. Una luce che apparteneva alle Tenebre. Lui, era chiamato “L’Esattore“. Era l’essere che appariva nel sonno per annunciare la fine della vita terrena e la prossima visita della morte.
L’Esattore sorrise.
“Abbiamo pareggiato i conti amico mio.”. I pochi denti avevano lo stesso colore di una mela addentata e dimenticata al sole da giorni.
“No. Aver posticipato la morte di Monjca di ventiquattro’ore non sono esattamente un favore che potrò dimenticare facilmente. Ti devo molto Esattore.”.
Una folata di vento freddo. Fulminea.
Un turbinio di foglie secche e pagine di giornali danzava a mezz’aria.
Un piccolo tornado che avvolgeva Night in un cono di polvere e detriti e pezzi di vita passata. Il tempo sembrava rallentare la sua corsa. Il Demone si trovava al centro di una bufera e le uniche cose che riusciva a distinguere erano le immagini dei giornali che ruotavano attorno a lui e prendevano vita. Ogni foglio di cellulosa era un piccolo monitor, dove le fotografie divenivano immagini che ritraevano lui e Monjca.
Una scarica elettrica attraversò la corteccia cerebrale del Demone. Frame impazziti che scorrevano prima veloci poi lenti. Senza un ordine preciso. Lui: un automa privo di una forma di pensiero razionale, ne bloccava il flusso toccandole con la mano. L’immagine si fermava. I ricordi occuparono il posto dell’allucinazione.
Riviveva quei momenti accanto a Monjca come se fosse uno spettatore davanti a tanti televisori che proiettavano il film di quegli ultimi momenti.
Lui e lei. L’istantanea di una coppia anomala, in posa davanti a un quadro di Van Gogh al museo nazionale. 
La camera di un hotel. Un gioco erotico, sensuale, alla luce delle candele sparse sul pavimento.
Una corda di canapa rossa che stringeva la carne di Monjca.
Corpi nudi che si avvinghiavano sulla seta. Labbra madide di desiderio. Lingue roventi. Sudore sulla pelle.
La punta della lingua di Night che scivola sulla sua caviglia. Un paio di scarpe nere, eleganti. Un tacco lucido che luccica nella notte fredda.
Lo sguardo di Monjca rapito da un’artista di strada che dipingeva sul marciapiede davanti ai grandi magazzini, “il bacio” di Toulouse Lautrec.
Il vortice si faceva sempre più avvolgente e la polvere raschiava la gola di Night reprimendo quelle parole che avrebbe voluto dirle, ma non ne aveva avuto il tempo. Il Tempo per loro aveva avuto un altro ruolo. Un altro sapore. 
Un lampo violento. Il barbone si volse verso l’Untore. Sulla fronte spiccava un’inserzione artificiale. Sotto la sottile pelle diafana risaltava un crocefisso in rilievo. Night osservò le dita sottili e lunghe. Le unghie femminili laccate di rosso stringevano un registro contabile. L’Esattore lo aprì. La pioggia cadde sulla carta ingiallita scolorendo l’inchiostro. Il nome di Monjca lentamente divenne una nuvola blu cobalto su un cielo di cellulosa.
“Ora, tutto è tornato come doveva essere. Un nome. Un Incarico portato a termine. Non è così Night?”. Il tono di voce. Lontano. Indecifrabile.
L’orizzonte di cemento tuonò. Un’esplosione devastante.
Una sirena ululava nella notte.
L’Esattore lo guardava con gli occhi colmi di lacrime. Provava una strana sensazione; sentiva che quelle lacrime non gli appartenevano, e lui le stava usando al posto di Night.
“Stringi la mia mano…”. L’alito puzzava più del contenuto del cassonetto. Ronzio di mosche.
Il calore che emanava la mano, lo mise a disagio.
“Ricorda: non potevi fare di più… le hai donato l’amore vero, puro. Anche se per poche ore. Questo è un privilegio per chi fa il nostro lavoro. E’ giunto il momento di andare…”.
NightWatch iniziò ad attraversare la strada anestetizzato nei pensieri. All’improvviso si bloccò a metà carreggiata. Il traffico era inesistente. Si volse verso l’Esattore. Silenzioso, dall’oscurità sbucò un autobus. Le stranezze però non erano finite. A bordo c’era un solo passeggero. Sulla fiancata arancione un cartellone pubblicitario, riportava un dipinto di Toulouse Lautrec, e la data di una mostra che si svolgeva in città.
L’uomo all’interno del bus sorrise.
Una frazione di secondo. Gli occhi di Night s’incrociarono con quelli del misterioso passeggero. Avrebbe giurato che… no. Non poteva essere… era come vedersi riflessi allo specchio.
Pura demenza!
Si scosse di dosso la pioggia e quei pensieri folli cercando nelle ombre della strada, la figura dell’Esattore. Ma questi era scomparso. Inghiottito dalle tenebre.
Puzza di zolfo. Fumo grigio danzava su ciglio della strada.
Lui, il Demone era ancora  lì. Seduto sopra il tetto di un palazzo. Le sue ali aperte lo facevano sembrare un albatros dalle forme sproporzionate.
“Sai che tutto ha un suo prezzo, Night… ” Sentiva la voce dell’Albatros uscire dall’autoradio di una Ford in sosta accanto al marciapiede.
Non si stupì. In quella notte il delirio era ormai dentro di lui e scorreva velocemente.
Più dell’adrenalina.
Le quattro frecce rilucevano nella notte ritmicamente. Palpebre arrossate e vanitose segnalavano lo stop improvviso della macchina.
La portiera era aperta. La musica dell’apparecchio cd scivolava all’esterno: maliziosa. Una melodia compulsiva. Parole che sembravano scritte per raccontare quella notte di pazzia e irrazionalità.
“… Take these broken wings…You’ve got to learn to fly “.
NightWatch guardò il Demone spiccare il volo nell’oscurità. La sagoma deforme si allungava sulla città creando nuove ombre.
Night dedicò l’ultimo pensiero a Lei, ai segreti che conservava nel cuore. L’altra metà della sua anima.
“Che cosa pensi di fare?” Urlò. Nuvole di vapore uscirono dalle labbra e si dissolsero nella brezza.
Il Demone era davanti a lui. Le sue ali ingombravano il marciapiede.
Le auto immobili. I passanti si erano afflosciati su se stessi. Robot metallici dagli ingranaggi arrugginiti. Anche le foglie che prima danzavano erano a mezz’aria, sembrava che fili, invisibili le sostenesse nel vuoto. Il mondo sembrava essersi fermato. Tranne loro. NightWatch e il Demone.
“Devi seguire il tuo destino amico mio. Pagare il tuo conto con il Fato… non puoi più tornare indietro… sai cosa devi fare…”.
Un’ombra gigantesca dipinse le facciate dei palazzi. Il Demone si stava allontanando, perdendosi dietro lo skyline della città.
La pioggia era pesante. Sporca e carica di esalazioni fetide.
L’Untore sentiva il peso delle sue ali ripiegate malamente nel cappotto, tramutarsi in dolore lancinante.
Ai margini di un incrocio, trovò ciò che cercava inconsciamente: un negozio cinese aperto. Non uno qualunque. L’insegna laccata con ideogrammi cinesi portava il nome di Mey. Lei: era la “Ricamatrice”. Il Tempo aveva disegnato sulla sua pelle di porcellana arabescata. Fiumi prosciugati che avevano visto scorrere molte lacrime. Solchi profondi.
Ogni volta che un Demone si affidava alle sue cure di riparatrice, il dolore dei trapassati che questi portavano dentro, s’infilava sotto la delicata buccia orientale. Parassiti indesiderati. Mentre cuciva… Mey piangeva. Soffriva di un dolore che non le apparteneva. La sua statura minuta la faceva sembrare una bambola. Delicata. Infrangibile.
Night varcò la soglia.
Fu investito da un bagliore alogeno che si espandeva nell’oscurità. Un’invitante e micidiale lampada per catturare falene o farfalle notturne sfrigolava nel silenzio. Il posto esteriormente poteva sembrare una sorta di piccolo supermercato orientale. Arredamento kitsch anni ’50. Una specie di ferramenta cinese, dove potevi trovare dal rimedio medicamentoso orientale, alla statuetta di ceramica. Dall’abito in seta, all’oggetto di plastica più inutile. La verità, spesso, si nasconde nascosta sotto la crosta di un biscotto della felicità. Quel luogo insospettabile, era un punto di partenza e di arrivo.
La prima cosa che si notava entrando, era la lunga serie di monitor accesi, disposti sopra la cassa. L’occhio vigile, controllava le zone in ombra tra gli scaffali. Riflessi diafani sul pavimento di linoleum.
Mey, la titolare,  stava seduta dietro la cassa tutto il tempo. I suoi occhi esperti squadravano il nuovo cliente e in pochi istanti lo avevano già inserito nel suo database personale.
Sapeva già chi era e cosa cercava.
“Secondo banco e sinistra… dopo il balsamo di tigre…la porta è quella gialla…” .
La risata che quel corpo esile, anoressico, esalava, sembrava quello dell’orco delle favole sonore. Senza che Night se ne accorgesse gli fu accanto. Per un istante si chiese come avesse fatto a raggiungerlo così velocemente. Nessuno nel loro ambiente, conosceva le reali capacità di quella donna. Secoli prima, sarebbe finita al rogo mandataci da qualche inquisitore troppo zelante.  
Varcò la soglia.
Luce gialla: accecante.
Pareti bianche e inviolate come neve fresca. Ai lati della stanza quattro guardiani di vetro con uno scheletro di metallo. Nelle viscere degli armadi accessori chirurgici sterilizzati e pronti all’uso.
Al centro una vecchia sedia da barbiere, unica nota stonata in quello spartito asettico da ambulatorio medico. Odore di formalina e disinfettante. Alle pareti mappe dettagliate di corpi alati.  Scheletri di tanti Icaro sezionati. Dal soffitto penzolavano alcune protesi di acciaio e carbonio di gigantesche ali. Entrando si aveva l’impressione di essere nella tana del dottor Frankenstein, camuffata da museo di storia naturale.
“Sono ridotte un po’ maluccio…” La voce di Mey era distorta come una radio che aveva perso la frequenza. “…certo è che voi Demoni ultimamente, state dando fondo a tutte le mie scorte di Ali…”.
Mey lo osservava. Sorrise, mentre sfiorava con le sue mani ossute dagli artigli acuminati, laccati di nero, le piume delle ali di Night.
“… una donna: vero? Qualcuno di veramente speciale immagino… l’ami! Non è così?”.
“Più della mia stessa Anima…”
“Capisco. Ali speciali allora… rinforzate… ma dimmi… tu chi sei? Che razza di Diavolo sei?”
Rise a squarciagola. L’eco si perse nella notte e si confuse con il frastuono di un tuono che logorava la notte.
Night lasciò cadere le ultime stille di sangue che sgorgavano dagli occhi.
“…sono solo un Demone dalle ali spezzate! Mi spiace deluderti, Mey ma non voglio altre Ali… Sono colui che chiamano: Morte. Sono l’Estremo Untore…” .
Il sorriso abbandonò il volto della cinese. Lo sguardo si rannuvolò. Mey prese un registro. Lo aprì aiutandosi con il cono di luce violenta della lampada da sala operatoria che penzolava dal soffitto. Con una matita tirò una linea rossa accanto al nome “NightWatch”.
Nel frattempo, l’Untore si era seduto sulla sedia da barbiere. Il capo all’indietro. Gli occhi chiusi. Il respiro calmo. I nervi rilassati. La mente era già andata lontano, abbandonando quel luogo di morte. Il sorriso di Monjca esplose violente nella memoria. Le labbra socchiuse mentre il sangue defluiva dalla gola recisa. Schizzi di sangue. Immagine sporca.
NightWatch, l’Estremo Untore.  Un corpo alla deriva. Una mente partita per un viaggio senza ritorno.
I gesti di Mary. Rituali precisi. Ripetuti nel tempo. Una siringa che aspira da una boccetta un liquido ambrato.
Night sospira. “… è il sangue delle mie lacrime…”.
Le forze lo stavano abbandonando. Dalla tasca interna del cappotto prese il telefono cellulare. Digitò il codice segreto e la posta elettronica si aprì. Compose veloce il testo. La mail prendeva forma: “… e il sangue delle mie lacrime…”.
L’ago della siringa brillava sotto la luce fredda. Alogena. Uno sbuffo di liquido s’impennò liberando migliaia di stille.
Puzza di alcol.
La donna cinese strinse un laccio emostatico al braccio di Night. La mano ossuta stringeva la siringa mentre cercava una vena dove infilare la sottile cannula. La punta penetrò dolcemente. Il siero si stava mescolando con il sangue e viaggiava velocemente verso il cuore.
Bocca socchiusa. Saliva bollente. Lava che tracimava dalle labbra.
La vita stava per abbandonare la Morte.
“La morte che sceglie di morire…” Mey fece una pausa controllando che il nettare velenoso avesse terminato il suo travaso nella vena. “… morire per amore… davvero originale…”.
Mey rise. L’alogena iniziò a perdere d’intensità. Scariche incontrollabili facevano sobbalzare la luce.
L’ago abbandonò la carne. NightWatch sospirò faticosamente. L’ultimo alito di vita lo utilizzò per spedire la mail.
Schiacciò un tasto del telefono.
La busta gialla abbandonò il display.
L’Untore ebbe un rantolo. I tanfi della morte aleggiavano nell’aria carica di odori asettici.
BEEP-BEEP.
Il segnale acustico di un cellulare risuonò improvviso nell’ambulatorio. Mey estrasse da una tasca nascosta nella seta del suo kimono bianco un telefono.
Una busta gialla brillava sul display. La donna cinese aprì la mail.
“… è il sangue delle mie lacrime…”.
Un’ombra smisurata sovrastò l’esile corpo della cinese.
Olezzo pesante. Fetore di spazzatura nauseabondo. Ronzio di mosche.
“Buonasera Esattore…”

 

 

 

 

“Aljce e il Bianconiglio”

Fuochi.
Lontani, che campeggiavano nelle tenebre. Fiamme cangianti che danzavano nell’atmosfera rarefatta. Dove una volta sorgeva un grande sito industriale, ora si stagliava un ammasso di ferro arrugginito e incrostato. Congerie che viste da lontano potevano essere scambiate per scheletri di enormi balene di ferro e acciaio arenate in laguna. Attraverso la fitta coltre di pioggia s’intravedevano le figure di consunti sigari di acciaio che bruciavano i gas in eccesso delle riserve energetiche della città lagunare.
Venezia 25 ottobre del 2065.
Il fascio di luce cobalto fendeva l’aria carica di polvere rossa, sottile come i pigmenti usati per i mandala tibetani. Dal campanile di San Marco partiva il segnale che guidava i dirigibili della polizia in volo sopra il litorale avvolto nel suo pastrano color amaranto.
Un uomo stretto nel suo abito di foggia preziosa, controllò lo schermo dell’iphone. Erano le 23,30. Sollevò gli occhi imprecando contro le nuvole che il vento ammassava come sculture multiformi. Simile a un naufrago alla deriva s’infilò nello stretto budello che portava a Piazza San Marco.
Il familiare mal di testa lo aggredì come un cane rabbioso istigato dalla fame. Per alleviare il dolore spalancò le narici fumanti come quelle di un drago, che inspirando l’odore di muffa e pesce marcio. Tutto purtroppo risultò inutile.
Massimiliano Duprè, questo era il suo nome,  era un investigatore del quinto distretto della “Nuova Repubblica Della Serenissima”. Un tempo, considerato da colleghi e dagli delinquenti a cui dava la caccia, il miglior predatore di relitti umani, di killer al soldo dei mercanti di organi umani. Dopo anni d’indagini sul campo, il dolore, e la sempre più frustrante sensazione d’impotenza, lo avevano spinto a vagare per l’oceano vizioso dell’Assenzio. Da allora la sua reputazione aveva segnato una drammatica parabola discendente.
Sognava ogni notte migliaia di fiamme. Volti di donne sventrate che si accartocciavano e a diventare fili di carbone che sparivano per dissolversi al primo soffio di vento.
Fiamme.
Le vittime che non era riuscito a salvare. Donne private del volto, alle quali erano stati tolti gli organi. Un’orgia di visioni mostruose che lo tormentavano, come gli spasmi improvvisi di un epilettico. Entrava in una sorta di camera oscura, in cui  percepiva il calore delle decine di pellicole bruciate, arricciandosi appese come carte moschicida al soffitto della sua camera d’albergo. Il materiale plastico ricco di alogenuri d’argento colava scavando buchi neri sui volti delle vittime. Era il suo Inferno personale.
Duprè stava vagando nelle tenebre della città lagunare e nelle più oscure profondità della sua anima stuprata dalle fiamme. Appoggiato a un muro, cacciò un urlo. Ancora fiamme: lembi infuocati.
Poi un flash.
La luce brutale di una torcia lo costrinse a socchiudere le palpebre e a riemergere dagli incubi.
“Tutto bene?” La voce di un agente risuonò come un’eco nella calle semideserta.
A Venezia i vicoli che si stringevano in stretti cunicoli tra edifici sontuosi o dimore patrizie, erano chiamati: calli.
I lampioni, infagottati da uno strato di nebbia, simile a garza color cremisi, spandevano una luce spettrale sulle due figure.
“Si! Grazie.”. Quelle parole furono sufficienti al poliziotto che se ne andò dileguandosi tra le ombre degli archi di pietra.
Massimiliano Duprè aveva da poco abbandonato la sua scrivania nella sala del “Consiglio dei Dieci”, zeppa di appunti e identikit. Cartelle piene di deposizioni. Post-it dai colori sgargianti appesi ovunque: dalle lavagne luminose – ai monitor a cristalli liquidi, fino alle finestre che davano su Piazza San Marco.
Era già a quota cinquantanove notti insonni trascorse a dare la caccia a un assassino che i Tabloid avevano soprannominato: “Il Bianconiglio”.
Una smorfia si disegnò sul suo volto. Come un fulmine, il dolore gli si ripresentò. Altri incubi, peggiori dei precedenti comparvero alla soglia della mente come corvi sul ramo di un salice all’ingresso di un cimitero. Ogni volta che si riproponeva lo stesso modus operandi, quella visione tornava a scavare la sua anima come tante foto in bianco e nero.  – In principio la soave apparizione del viso delicato come porcellana di una donna. La sua chioma appariva scomposta come il grano in estate. – Mentre il  collo sinuoso era proteso in avanti. – Aveva occhi limpidi, fissi nel tempo come un lago ghiacciato, e sbarrati verso l’infinito. – Ma ecco che, improvvisamente, dal nulla arrivava una lama che le fendeva la giugulare affondando come nel burro. – Il plasma era un fiume che sgorgava come in piena, ricamando una collana di densi rubini rosso sangue sulla pelle tirata. –
Quella donna, un tempo… era stata sua moglie.
Tutta quella “lurida storia”, giorni e giorni d’indagini sul quel pericoloso assassino lo aveva portato alle soglie della follia e all’abbraccio dell’oppio. Ecco perché vagava per la città come un tossico in preda a una crisi  di astinenza, la droga era diventata l’unico modo per fuggire. La realtà poteva essere peggiore dei suoi incubi.
Intanto su Venezia aveva ripreso a piovere.
Gocce pesanti schioccavano sui sampietrini come una serie di petardi. Il frac di Duprè intriso di pioggia era diventato una seconda pelle, ingombrante e spessa. Il cilindro pesava come un elmo di ferro e faceva ricadere l’acqua dalle falde al naso aquilino. L’Assenzio che aveva nelle viscere gli faceva sopportare lo stato liquido in cui si muoveva. I passi erano lenti e pesanti.
Il piovasco rubava la luce al lampione e scendeva sulle scarpe lucide riflettendo la sua immagine deformata. Si appoggiò per prendere fiato abbracciando l’alto fiammifero di ghisa. Sentiva la testa diventare di glassa. Ridotto in quelle condizioni, rischiava di finire in un canale melmoso abitato da ratti affamati. Un pasto malato. Un  ghigno che voleva essere un sorriso si disegnò sulle sue labbra a quel pensiero.
Dalla postazione privilegiata riusciva a scorgere la facciata di Palazzo Ducale. Un megaschermo trasparente proponeva le immagini sconvolgenti dell’ultimo delitto del “Bianconiglio”. Fotogrammi rapidi che proiettavano sui pixel enormi macchie di sangue. Foto segnaletiche. Identikit. Poi subentrò il volto di botox del conduttore avvezzo a ogni emozione insieme ai suoi commenti professionali. Subito dopo: la pausa pubblicitaria. Al termine di ogni news, il canale tv infilava i trailer degli ultimi film giapponesi. Kanji di colore rosso esplodevano in 3D nell’atmosfera salmastra delle Procuratie. Massimiliano Duprè odiava quel genere d’informazione spettacolare. Per lui, la morte e il dolore non avevano nulla di scenografico. Piuttosto un retrogusto di marcio e solitudine. Di abbandono.
L’acquazzone non calava d’intensità, anzi si fece impalpabile. Miliardi di aghi che si andavano a conficcare nella pietra secolare.  Lontano, sfuocato dal paravento d’acqua, Duprè riusciva a distinguere il profilo dei ruderi dell’isola di San Giorgio. Un gigante oscuro steso sulla laguna che incombeva sulla città pari a un orco affamato.
Un poliziotto gli si fece accanto stretto nella sua mantella cerata. Lo osservò attraverso il visore a infrarossi agganciato alla maschera di lattice nero.
L’investigatore lasciò il lampione ma la testa continuava a girare. I tormenti non erano svaniti assieme alle gocce di pioggia.
Improvvisamente ricordò di avere in tasca un biglietto. Mentre camminava allora, Massimiliano Duprè infilò la mano nella tasca del frac sgualcito e fradicio ed estrasse la locandina di uno spettacolo al Teatro la Fenice. Si trattava del Mercante di Venezia. Il nome dell’attrice protagonista era Aljce Bohamas. Con il foglio c’era un biglietto d’ingresso che portava sul retro la scritta: “Ti aspetto dieci minuti dopo la mezzanotte… ti prego… non tardare.”.
Rilesse più volte quelle parole e ogni volta gli pareva mutassero forma svanendo in rivoli d’inchiostro color rosso, alimentando le sue paure, assieme ai suoi dubbi
Procedeva come un ectoplasma nella notte ascoltando i suoi passi schiacciare le pozze d’acqua, era la sua particolare forma terapeutica per non pensare e, tenere lontano il dolore. Faticava a trovare la via del teatro La Fenice. Il navigatore del telefono continuava a segnalare che stava sbagliando direzione. Ma un cortocircuito cerebrale lo spingeva a prendere la decisione contraria rispetto a quella che la mente gli ordinava.
Le notti nei bassifondi di Venezia puzzavano di fogne e di cadaveri in putrefazione. Di Puttane provocanti, e contrabbandieri che vendevano morte. Le luci al neon di luccicanti locande adibite a wok-bar friggevano nella pioggia come gamberetti nell’olio bollente. In questi locali si parcheggiavano borseggiatori e mercenari-mercanti di organi umani. Umanità alla deriva tra sushi e sashimi.
All’improvviso, l’investigatore barcollò controllando il display LCD. Un clangore insinuante e fastidioso lo investì. Alcuni agenti in uniforme da guerriglia in Kevlar, pesanti di anfibi e visore notturno, stavano correndo lungo le vecchie Procuratie, senza però penetrarvi. La squadra di poliziotti restava prudentemente ai limiti di un confine invisibile ma ben marcato.
Sotto questi archi, come in caverne preistoriche, si riuniva una tribù di reietti e pericolosi criminali. Cacciatori di organi umani. Mercanti e spacciatori.
Drogati e qualunque forma umana emarginata.
Ciondolando, Massimiliano Duprè decise che aveva bisogno di qualcosa che gli alleviasse il dolore e allontanasse le ossessioni.
Si avventurò tra i clochard che dormivano in questa sorta di Corte dei Miracoli, impenetrabile per chiunque, soprattutto per le forze dell’ordine. Una terra di nessuno, dove la morale e i valori non erano di casa. Solo a chi esibiva una fedina penale sporca o nel caso di un poliziotto corrotto o dedito a vizi, come l’oppio per esempio, si apriva l’ingresso in questa città nella città. Duprè era corrotto dal vizio e un ottimo cliente. Qui poteva trovare non solo l’oppio migliore, ma anche le fumerie clandestine più sicure. Le sale che un tempo erano dedicate al museo Correr, erano divenute il luogo preferito dai viziosi. Fumare tra dipinti di Tiepolo e Tiziano, appariva come un’esperienza mistica.
L’investigatore zigzagava tra questi uomini intabarrati in cappotti lisi di pelle nera e giacche militari, con ai piedi pesanti scarponi e, sul volto, delle maschere antigas. Una protezione per i gas che maneggiavano. Infatti, questi mercanti di morte, stavano accanto ai bracieri sempre accesi e controllavano assiduamente le teche di cristallo e acciaio pressurizzato che contenevano organi umani, non dovevano scollegarsi a vecchi accumulatori utilizzati come fonte di energia. Se succedeva, un’esplosione avrebbe liberato un gas che diventava mortale se inalato.
Ogni notte, a mezzanotte, una particolare asta si teneva sul Ponte di Rialto. Questi mercanti trasportavano i contenitori criobiologici in quello che un tempo era il mercato del pesce. Clienti ricchi e anonimi compravano parti organiche che si sarebbero fatti trapiantare per sopravvivere a morte certa. Venezia, capitale del vizio e del mercato nero. Strana parabola per questa città un tempo perla dell’Adriatico. Dopo il “Terzo Conflitto” era diventata la Casbah del nuovo mondo.
Le campane della Torre dell’Orologio rintoccarono la mezzanotte. Uno stormo di gabbiani dal piumaggio nero volò al centro della Piazza. Un vento gelido spazzò la laguna nera e fece penzolare i corpi di un paio condannati a morte dopo l’esecuzione giornaliera, ed esposti per tutta la notte a monito, lungo il ponte dei Sospiri.
Prima di abbandonare le Procuratie, Duprè incrociò un gruppo di suore del nuovo ordine religioso. La pioggia, sottile come vapore acqueo si posava sui loro lunghi abiti in latex rosso. Sul volto portavano una bauta, una delle maschere bianche di porcellana tipiche della Venezia di un tempo.  A completare il loro singolare abbigliamento, il cappuccio calato sulla testa serviva per ripararsi dalla pioggia.
L’investigatore poteva sentire il fruscio tipico del lattice mentre gli sfilavano vicine, e per un breve momento, ebbe l’illusione di vedere la sua immagine riflessa nell’abito vermiglio imperlato di pioggia. Quello che vide fu raccapricciante. Un viso bagnato da stille di vapore, gli occhi cerchiati di rosso, le labbra livide. Le rughe profonde che disegnavano la mappa di un luogo divenuto inaccessibile.
L’uomo, mentre abbandonava le Procuratie senza aver trovato il pusher, sentiva ancora quei passi venirgli incontro
Cinque agenti in uniforme nera dotati dell’ultimo prototipo di visore 3D notturno, stavano inseguendo qualcuno che sfuggiva alla sua visuale.
Terminato il “Terzo Conflitto”, le calli a Venezia erano divenute discariche a cielo aperto. Ammassi d’immondizie umane e scheletri d’imbarcazioni di ferro arrugginito. Negli angoli più bui risiedevano colonie di lolite asiatiche, sensuali e pericolose come feroci felini. Poco lontano, la luce dei night le faceva sembrare tanti manichini di un negozio di saldi. Dagli scuri socchiusi di un palazzo, uscì una melodia che Duprè riconobbe subito. Era una sinfonia tratta dalle quattro stagioni di Vivaldi: l’inverno. Lui: odiava quella stagione!
Dal tetto di un palazzo scese un ologramma color cobalto. I riverberi rimandarono l’icona diluita della parola SEX.
Il funzionario di polizia individuò tra le ombre delle colonne la sagoma di un tipo che si stava infilando in un vicolo strettissimo. L’uomo, concitato non poté fare  a meno di rovesciare un contenitore colmo di braci. Una risata grassa si levò sovrapponendosi ai violini di Vivaldi, aizzando una miriade di ratti sulle povere guardie.
Massimiliano Duprè camminava come un naufrago alla deriva con la bussola impazzita. La sua mente fluttuava in una realtà che si anteponeva agli incubi. Gli sembrava di essere il personaggio di un dipinto di Escher.
All’ingresso di una calle, fu colto alla sprovvista mentre gli si parava dinanzi uno spettatore inatteso che assisteva alla scena. Era un bambino, che teneva per mano il suo triciclo, come se si trattasse di un pony di plastica. Duprè si abbassò fissando le pupille del bambino, con la stessa cura di un gioielliere mentre valuta un diamante. All’interno della retina grigia scoprì che si erano fissate, come in un pellicola fotografica, le forme del fuggitivo.  Duprè seguì quell’immagine voltando lo sguardo nella stessa direzione. Nell’atmosfera di vapore gli parve di vedere i baffi bianchi del misterioso fuggiasco, tanto lunghi e sottili da somigliare a fibre ottiche accese dalla luce azzurrognola degli ologrammi pubblicitari. Sulle grandi orecchie aveva posati degli occhiali in tartaruga. Gli occhi fulvi dietro le lenti evocavano il ghiaccio in fondo a un bicchiere di whisky.
Intanto, il bidone con il suo contenuto infuocato, continuava a roteare lungo la calle. Scoppiettando i tizzoni ardenti si rovesciarono abbracciando in una stretta mortale un esercito di topi impazziti, trasformandoli in orribili torce.
Uno dei poliziotti nella rincorsa urtò il collega funzionario. Duprè poté solo vedere la sua sagoma riflessa in una pozzanghera prima di finire a terra.  Un violento colpo alla testa lo riportò alle fiamme.
Gli incubi tornarono.
Come i ricordi.
La prima volta che vide Aljce Bohams, fu a teatro. Lei era la protagonista femminile del Mercante di Venezia. Forse, fu colpa di Shakespeare, forse era scritto nel Destino, ma ne rimase folgorato. Com’era usanza di altri ammiratori, le fece pervenire un biglietto nel camerino al termine della rappresentazione. La volta seguente, all’ingresso del teatro trovò una busta indirizzata a lui. Per la prima volta assaporò quel profumo proibito, che molti chiamano: amore.  Si scambiarono altre lettere, a volte appassionate, a volte semplicemente divertenti.
Il buio si sostituì al fuoco. Il dolore sembrò svanire.
Tornato alla realtà, cercò il volto inquieto e impenetrabile di Aljce. Il display del navigatore sul suo telefono gli indicava che aveva raggiunto la sua meta.
Teatro la Fenice. Aljce Bohamas danzava all’interno della sua retina come la più sensuale delle geishe. Il tessuto prezioso del suo abito la faceva somigliare alla più ricercata delle dame dell’Ottocento.
La pioggia martellava la città provocando un rumore simile a quello di mille zoccoli di cavalli al galoppo sui sampietrini. Il poliziotto aveva affittato il più appariscente frac della città, e portava un bastone da passeggio elegante che nascondeva però una lama affilata al suo interno.
Duprè sentiva l’aria farsi pesante. Si appoggiò al bastone per sorreggersi. All’interno dell’impugnatura d’osso intagliato a forma di Demone aveva nascosto l’ultimo biglietto ricevuto da lei. Si ripeteva ogni notte, mentalmente, quel testo che conosceva ormai a memoria.
“Ti aspetto dieci minuti dopo la mezzanotte. Ti prego… non tardare.”.
Sapeva che Aljce non voleva più recitare. La donna dall’animo ribelle voleva dipingere. Voleva riprodurre quadri che rappresentavano le grandi opere del passato, di artisti come Lautrec, Matisse, Van Gogh, capolavori che erano andati distrutti durante “Il Terzo Conflitto”.
I suoi passi si fecero grevi, mentre cercava di raggiungere Aljce Bohamas davanti all’uscita di emergenza del teatro.
Massimiliano percepiva i muscoli sgretolarsi come gesso. In una sorta di trance, estrasse l’arma che aveva nel bastone. La testa pulsava come un mantice di fonderia.
Istintivamente strizzò gli occhi, e urlò di dolore. Ecco le fiamme.
Immagini sminuzzate come tanti pezzi colorati all’interno di un caleidoscopio si stavano componendo a mano a mano che il dolore si faceva più lancinante.
Schegge impazzite che esplodevano all’interno della retina.
– Il collo di una donna che cedeva alla lama affilata di un pugnale dalla testa a forma di Demone.
– Le macchie di sangue che si diluivano grazie alla pioggia fino a sparire del tutto.
– Un uomo in frac nero e cilindro, che correva lungo il Canal Grande.
Un rigurgito inaspettato gli devastò la gola e insudiciò il frac. Aprì gli occhi.
La pioggia s’intensificò modellando lo skyline della città come avrebbe fatto Picasso nel suo “periodo blu”. Da uno degli schermi giganti che adornavano il Palazzo Ducale, lo speaker stava leggendo – un’ultima ora –
“Il Killer chiamato, il Bianconiglio colpisce ancora… nuovo omicidio nei pressi del Teatro la Fenice… tutti i particolari nel prossimo servizio… ”.
Massimiliano Duprè si lasciò cadere come una foglia morta sui sampietrini bagnati.
Ancora quel dolore alle tempie. Stiletti infuocati gli perforavano le sinapsi.
Gli occhi chiusi per scacciare il dolore lontano.
Nell’oscurità, la figura esile di un bambino in sella a un triciclo si stagliò dinanzi  a lui come un fantasma, gli si fece accanto porgendogli un libro dalle pagine erose dal tempo, e senza dire una parola si allontanò facendo girare rumorosamente le piccole ruote di plastica.
“Ehi!”. Disse l’uomo, con l’ultimo filo di voce disponibile. “…almeno dimmi come ti chiami!”.
Le ruote si bloccarono e la brezza salmastra accompagnò la voce del bambino-fantasma fino a lui.
“Mi chiamo Lucas… Lewis…”. Il cuore di Duprè cessò di battere come se intuisse la risposta.
“… Carrol…”. Una sentenza sconvolgente.
Quando riemerse dalle tenebre, Duprè percepì il corpo appoggiato alle colonne delle Procuratie. Una bottiglia vuota di Assenzio gli spuntava dalla tasca del frac.
Ecco la colpa di tutti i miei incubi! Pensò Duprè. Domani, si disse, avrebbe ripreso la caccia a quel mostro…
Il cuore aveva ripreso a pulsare.
Istintivamente alzò il volto verso il cielo. Stille insidiose gli si conficcarono come aghi sulla cute.
Lentamente abbassò le palpebre rilassando la mente. Quello che non poteva vedere era la pioggia color amaranto che lavava il sangue dallo stiletto abbandonato accanto a lui sui sampietrini.
Sulla lama lucida si specchiavano la copertina di un vecchio libro su cui compariva il nome: Lucas. Lewis.Carrol.
Maledetta pioggia. Domani, si ripromise, avrebbe dato la caccia ai mostri che affollavano la sua mente…

* Grazie di cuore ad Alexia Bianchini e Claudia Ferronato  per i consigli e le preziose revisioni…
* Diana per l’immensa pazienza…
* Gaggio… per avermi ispirato Aljce…

Don Chisciotte

Cerco una storia. Cerco un’anima della notte… Specchi deformanti. Le ultime gocce di pioggia scivolano lente sulle facce di quarzo come lacrime sul volto di giganti dalle braccia d’acciaio. Lui, vaga solitario, specchiandosi in quelle pupille di cristallo. Lui: è un senza Nome! Urla dal marciapiede contro un automobilista annichilito con una veemenza inaspettata. Agita lo scheletro sgangherato di quello che un tempo era un ombrello. Impavido cavaliere gonfia il petto e urla parole sconnesse bruciate dall’alcol.   

La città…   

Un acquazzone primaverile ha imperlato la città con il suo alito prezioso. Nuvole azzurrognole. Odore di gas di scarico. L’aria è tiepida; carica di umidità. Schizzi di pioggia proiettati dalle ruote delle auto penetrano i coni di luce trasformandosi in una cascata di coriandoli luminescenti. Un singolare cavaliere errante cammina silenzioso, incurante del frastuono del traffico. Un passo lento, zoppicante. Incerto. Spinge a fatica una bici da corsa sorreggendola per il manubrio ricurvo. La ruggine ha aggredito l’intelaiatura, mentre le ruote cigolano rumorosamente prive dei copertoni. Un paio di giacche gettate sul “dorso” appesantiscono un ronzino troppo vecchio e sgangherato per essere cavalcato. Il picaro indossa un pastrano di lana nera riveste lo scheletro esile che sembra poter andare in frantumi al primo soffio di vento. Dentro quel guscio impenetrabile lui, si sente protetto come in un fortino della legione straniera. Il taglio del profilo sembra disegnato da Modigliani. L’incedere fiero nasconde matrici di una rassegnazione perduta, e sconfinata. I suoi occhi penetrano la mia anima senza chiederne il permesso. Di fronte al “senza nome”, i miei pensieri scompaiono nella notte e mi sento nudo. Quando oltrepassa l’imbuto di luce di un lampione, mette in risalto un cranio che sembra avvolto da cartapesta. Rughe e cicatrici somigliano a una mappa indecifrabile. Ai piedi porta pesanti scarponi da montagna slacciati. Le stringhe strisciano l’asfalto umido.   

La notte…   

Alzo gli occhi verso la linea di confine tra le nuvole e lo skyline della city. Tra le nuvole scorgo un dirigibile pubblicitario che sorvola la città con paciosa lentezza. Il marchio di un famoso pneumatico si illumina a singhiozzo, un paio di lettere bruciate emettono uno sfrigolio fastidioso. Imbuchiamo una strada stretta che diviene un imbuto maleodorante. Le pareti dipinte dai murales allungano le proprie ombre tra i rifiuti. Una serie di cassonetti dell’immondizia nasconde un altro mondo. Un agglomerato di vite senza identità, dal passato silenzioso. Sacchi trasbordanti. Fetore nauseabondo. Un esercito di blatte si sposta rapidamente simile a una macchia di sangue rappreso che esce dalla sua dimora di cartone. Lui mi racconta che il Tempo defluisce velocemente… troppo veloce, noncurante del suo neghittoso incedere. E’ un Demone che lo insegue e lo costringe a correre senza guardarsi indietro. Lui vorrebbe parlare. Ne avrebbe di cose da dire… a nessuno sembra importare. Capire il perché. I ratti svicolano sentendo si suoi passi strascicati. I suoi denti color cenere mi sorridono e lasciano uscire parole cariche di lacrime dimenticate. Mi dice che somiglia a una Boa che serve a indicare un relitto da evitare, per non rimanere incagliati. Per non ritrovarsi invischiati. Lui, conosce bene il lato malvagio dell’esistenza, quello che proferisce processi, senza avvocati… dove giudici e giuria si riempiono la bocca di Parole vuote… prive di amore. Una vita che lo ha privato di ogni avere. Di tutte quelle lacrime risparmiate durante gli anni dell’innocenza. Raccolgo la sua storia che puzza di birra e di mozziconi di sigaretta raccolti per strada. Circondato dall’ineluttabilità del tempo. Schermi giganti appesi alle facciate dei grattacieli rimandano i grafici della borsa attirando l’attenzione di un gruppo di broker. Lui mi parla. Fiotti di pensieri prendono forma raschiando le viscere dell’inferno. Frasi sconnesse scoppiettano nel silenzio come vecchi motori diesel.   

“Cerco di capire, dove le stelle mi guidano. Fiuto l’orizzonte… le uniche certezze: I miei dubbi!”.   

La pioggia…   

Come cavalieri erranti nella notte, ci fermiamo bloccati da un semaforo rosso. Una musica esplode all’intermo di un taxi fermo all’incrocio. Le lamiere fremono. Il “senza nome” estrae da una tasca interna del cappotto una piccola radio transistor di quelle che andavano di moda negli anni ’70. Gira la manopola della sintonia. Una serie di rughe di dolore affetta il suo viso. La musica non cessa. Lui gira… impreca agitando l’ombrello senza tela… gira ancora… ma il dolore non cessa. Un urlo si dissolve nella notte. La mano scheletrica stringe l’apparecchio e lo catapulta lontano. Un arco di 180 gradi. Imprimo nella mente quella scena usando tanti fermi immagine.  Semaforo verde. La plastica a contatto con l’asfalto deflagra. I transistor sparati in varie direzioni, ballano nell’aria prima di finire schiacciati dalle ruote di un bus a due piani. La musica è lontana; confusa dal rombo dei motori… dalle sirene dei pompieri… dalle voci dai manager della city che affollano disordinatamente il marciapiede. Se solo uno di loro ci degnasse di uno sguardo, ci scambierebbe per una versione riveduta e “scorretta” di Don Chisciotte e il fido Sancho Panza. I colori si muovono. Il divenire della cromaticità degli eventi non compresi nella schiera dell’oblio viene assorbito dal cuore. Ha bisogno di loro. Fungono da perno alla stabilità, parte principale della qualità della compassione…   

“Viaggio tra le nuvole alla ricerca di quelle porte che un tempo scambiavo per sogni… oggi sono solo lacrime melanconiche “.   

Da una seconda tasca, il mio strano compagno, estirpa un vecchio soldatino. Un cowboy a cavallo. Le sue labbra emettono un suono che vorrebbe somigliare al nitrito dell’animale di plastica. Per pochi istanti un lampo attraversa i suoi occhi e lo riporta indietro nel tempo. Gli occhi nuotano nelle lacrime cercando un vano appiglio oltre l’oscurità della memoria.  Infila nuovamente le mani in dentro il cappotto. Temo un’altra radio. Un altro soldatino. Invece le sue dita ossute e ingiallite dalla nicotina stringono la foto di una donna.   

“La mia musa…”.   

I colori sono solo un ricordo, ma la bellezza di quel volto immortalato nella Polaroid rimane inalterata. I riccioli ribelli, la mano che sostiene il volto è avvolta da una maglia di lana colore del cielo. Il sorriso… gli occhi che guardano lontano, come se cercassero delle risposte. Da una delle tasche interne, mi chiesi quante ne avesse quel cappotto di Mary Poppins, tira fuori un piccolo blocco da disegno. Lo sfoglia davanti ai miei occhi, orgoglioso.   

“La mia musa”.  Ripete.   

Guardo con interesse i disegni. Sono dei teneri tentativi di ritrarre la sua musa. Ogni foglio è uguale al precedente. I colori a matita. Il tratto è infantile e gli spazi bianchi sono riempiti da frasi scritte con caratteri minuscoli. Indecifrabili. E’ l’opera di un artista sperdutosi nei ricordi di un amore mai dimenticato. L’uomo “senza nome” mi sorride come se avesse letto nei miei pensieri. Mi parla, ma ho una strana sensazione. E’ come se stesse parlando a un altro “se stesso”.   

“Attraverso il confine… le tenebre dell’incoscienza mi aspettano… mi chiedo il motivo di tanti sguardi che evitano il mio. Corpi che mi scansano. Capisco e sorrido. Chi di loro conosce l’aridità del cuore umano come chi la incontra a ogni angolo della strada? Mi chiedo cosa mi conduca alla foce dell’oscurità. Piango per La persona che non c’è più. Piango per il mio cuore di tenebra, malato di solitudine. Avaro di certezze”.   

La fine…   

Il nostro viaggio nella notte sembra essere arrivato al capolinea. I nostri corpi così diversi… così simili si specchiano sulla vetrata di un grande albergo di lusso. Penso alle sue parole. Deliri incrostati di solitudine… ma non la sua.  La nostra! Parole che disturbano… sporcano. Fanno diventare le nostre coscienze, le vere disadattate. Incapaci di guardare oltre le apparenze. Le nuvole stringono il cielo in un abbraccio umido. Un’acquerugiola impercettibile polverizza la notte. La porta circolare dell’hotel cattura i nostri profili specchiati sul vetro girevole. Guardo la sua ombra roteare vorticosamente.  Guardo la mia… seguire la sua… avatar impalpabili che vivono al di fuori della materia. Ipnotizzato, osservo fondersi le nostre immagini.  Ora ne è rimasta una. Imprigionata nella lastra.  Un uomo dal pastrano nero, bagnato dalla pioggia. Mi muovo lentamente. Sento il peso della pioggia sulla lana. Le ossa stanche. L’acqua scorrere sulla carne. Spingo la bici cigolante facendomi ingoiare dalle tenebre.